STRATEGIE MATRIMONIALI

In evidenza

Antonino Cumbo conte Borgia fu anche l’abile maneggiatore di quella strategia matrimoniale che avrebbe portato la baronia D’Amico in casa Cumbo. Il patrizio milazzese aveva sposato Francesca, figlia di Rosa D’Amico, vedova marchesa Calcagno. Mancava però quel matrimonio con la tonnara di Santi Georgi che avrebbe portato la baronia dei D’Amico in casa Cumbo Borgia.

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Rosa D’Amico era la figlia unica del duca Francesco Carlo D’Amico Stagno ed aveva sposato il nobile Vincenzo Calcagno senza averne figli maschi. L’altera contessa D’Amico al tavolo da gioco e nella vita amava il ruolo del mazziere che dà le carte e nella vedovanza aveva dato da intendere a tutti che la carta che lei si teneva stretta era quella della tonnara di Santi Georgi, il tesoro col quale  avrebbe provveduto alla dote delle figlie che il signor padre marito barone Calcagno, aveva lasciato senza indicare un partito con cui maritarle. Ereditava dal padre i titoli di duca d’Ossada, conte di Guido, barone della tonnara di San Giorgio e di Patti Roccabianca. Non c’era tesoro di famiglia nascosto da rivelare e testamento da aprire perché non aveva niente da lasciare e neanche da litigare c’era al pranzo di doglianza. Cinque erano le figlie femmine: Melia Maria, Giuseppina, Francesca, Luisa, Enrichetta. «Cincu fimmini p’un percocu!» si sollevava la contessa madre che non voleva svendere le figlie sue. La contessa madre D’Amico nell’estate del 1857 aveva festeggiato la nascita del duchino Vincenzo della Floresta nato da don Giuseppe, quinto principe della Floresta, e dalla sua Giuseppina dei duchi di San Giorgio. Il battesimo venne celebrato alla tonnara di San Giorgio a fine esercizio di pesca. Invitati i Cumbo: il nonno Antonino, il padre Diego e il figlio Antonino Cumbo conte Borgia, per parte di madre Alcmena dei duchi Pighini Borgia. Così l‘eroe della Repubblica romana, aspirante alla mano della contessina Francesca fu presentato ai Ruffo principi della Floresta e alla contessa Rosa D’Amico e alle contessine D’Amico Calcagno: Giuseppina, Melia Maria, Luisa ed Enrichetta.

Per la tonnara del mare di Santi Georgi non ci fu spartizione ma vendita e venne il tempo in cui la suocera signora contessa decise di passare il mazzo vendendo ad Antonino Cumbo conte Borgia, vedovo della figlia Francesca, baronia e tonnara di San Giorgio.  Fu la suocera a vendere nel 1879 ad Antonino Cumbo conte Borgia, vedovo della figlia Francesca, baronia e tonnara di San Giorgio. Ma per questa vendita il conte Borgia studiò quel marchingegno giuridico che, con l’approvazione del Tribunale del Regno, emancipava il figlio Diego rendendolo maggiorenne; gli faceva comprare dalla vedova Rosa Calcagno, ava materna del minore emancipato, tonnara e baronia di San Giorgio; gli permetteva emancipandolo di accendere un mutuo di 10.000 onze alla ragione del 6%, pari a quanto assommava l’intera somma dell’acquisto e alla quale il padre Antonino si associava per onze 3.500, costituendo infine in garanzia di esso mutuo una speciale ipoteca su tutta quella parte del fondo Guido che Diego aveva ereditato dal bisavo duca d’Ossada.

Quale ne era la motivazione? L’esclusione, col marchingegno della vendita, di un ramo cadetto della famiglia? Niente affatto, perché “ il signor conte Antonino Cumbo Borgia è venuto esponendo che atteso il grande sviluppo intellettuale del proprio figliolo Diego lo ha emancipato sì perché è già presso alla maggiore età, non mancando che pochi mesi per raggiungerla, e sì per agevolargli l’acquisto di gran parte di un latifondo posto in contrada San Giorgio territorio di Gioiosa  e della tonnara annessavi che probabilmente potrebbe andargli fallito se lo si rimandasse ad altro tempo, essendo a temere che siano per presentarsi altri attendenti.” Il Tribunale regio “ considerando che il signor contino Diego Cumbo del conte Antonino e della fu signora contessa Francesca Calcagno D’Amico, ha già dato in sì giovane età tali prove di eletta intelligenza e di maturo giudizio che ha determinato il suo genitore signor Cumbo Borgia ad emanciparlo, lasciandogli libero il governo del suo patrimonio” autorizzava, tramite il suo Consiglio, l’emancipazione del figlio Diego.

Dopo un secolo di rivolgimenti che avevano determinato stabili equilibri politici per l’Italia unita sotto l’egida monarchica, i Cumbo tornavano ai loro affari mai interrotti a differenza dei Borgia che avendo precorso i tempi dell’Italia repubblicana avevano pagato finanziariamente le conseguenze, in particolare Ettore lo zio di Antonino Cumbo, della loro azione politica. Ma la loro storia non può dirsi una storia di vecchi Gattopardi: era il tentativo minoritario, mazziniano, di anticipare in Italia i tempi della Repubblica. Era in fondo la lezione che si può ricavare dal simbolo araldico della famiglia Cumbo: il nodo gordiano e la spada appuntata al medesimo accompagnato dal motto:” Vi sed non ingenio.” E l’Italia avrebbe fatto il salto di un secolo: 1848-1948.

I baroni imprenditori

In evidenza

“Trasportata la capitale da Firenze a Roma decisi di non presentarmi candidato alla 11° Legislatura e tornai a Milazzo col proposito di occuparmi degli affari miei.”

Al nostro non si attagliava il discorso sopra la prima deca di Tito Livio del Machiavelli che dei baroni gentiluomini del Mezzogiorno pensava fossero degli “oziosi che vivono delle rendite delle loro possessioni, senza avere cura alcuna di coltivazione e d’altra necessaria fatica.” La scelta di tornare a Milazzo coincise con le “utili imprese” che segnarono l’ascesa industriale del casato con la produzione e il commercio del tonno sott’olio nella tonnara di san Giorgio sin dal 1881 con la costruzione della nuova casina di mare. Missione completata dal figlio Diego nel 1898 con la I° serigrafia su latta della marca di fabbrica riproducente il san Giorgio di Raffaello, oggi al Louvre, che celebrava il cinquantesimo dello Statuto albertino e l’esposizione generale di Torino indetta per celebrare l’anniversario.

A san Giorgio, a differenza di Favignana dove si salava il tonno sotto sale nelle latte,il barone introdusse l’uso dell’olio d’oliva per conservare il tonno in scatola distribuito attraverso il commerciante anconetano Coen. Attento alla modernità, in arrivo con la rivoluzione industriale, nel 1867 fece “una corsa a Parigi a vedere l’Esposizione Universale” e più tardi nel 1873 si reca a quella di Vienna. Nel 1875 si affermò la stampa offset di R. Barclay e nel 1891-92 i Florio si presentarono sul mercato con la scatoletta ad apertura a chiave. Antonino Cumbo e il figlio Diego abbandonavano l’etichettatura a colla stampata in bianco e nero passando a quella serigrafica con l’immagine del san Giorgio per l’esposizione generale di Torino del 1898. Il san Giorgio del Raffaello non solo marcava il tonno rosso ma anche la definitiva vittoria sulla fillossera, sulla siccità della pesca e sui creditori milazzesi coalizzatisi per assaltare il patrimonio di famiglia.

LE “UTILI IMPRESE” DEI D’AMICO CUMBO BORGIA

In evidenza

Le utili imprese dei D’Amico-Cumbo Borgia ‘Le utili imprese dei Cumbo-Borgia’ e le vicissitudini della Tonnara di S. Giorgio di Gioiosa Marea, nel racconto dello scrittore Giuseppe Alibrandi, il massimo esperto di una cultura che, purtroppo, non è bastata a scongiurare lo scempio di un patrimonio che la politica cieca e devastatrice ha cancellato dalla faccia della terra. Eppure, laddove il ‘braccio armato’ della ruspa e le unghie avide e assetate di sanguinaccio e fetore del Dragone hanno strappato e ingurgitato, si leva ammonitrice e immortale l’opera dello scrittore e la sua disingannevole memoria, capace di restituire alla storia la sua dignità e agli uomini ignominia e dignità. Questa è la missione universale di Giuseppe Alibrandi (Presentazione di Domenico Molica Colella, giornalista “Nebrodi e Dintorni”)

Note bibliografiche alla Senia del Brigantino

Polena nave “I Pirati,porto di Genova(fotomontaggio)

Nella prefazione alla “Senia del Brigantino” il mio ghostwriter Fabritio Patriarca, che trovava avvincente come il racconto divenisse documento, scrive che ” agli occhi di chi ha avuto la fortuna di divertirsi sulle carte, storico o filologo che sia, sembra che sia il racconto a farsi documento, e non viceversa, come nel caso della scoperta del diario di viaggio di Hieronimo Maurando, o anche l’Archivio della Redenzione dei cattivati. E’ una prospettiva molto interessante, la cui forza viene alimentata da uno sguardo retrospettivo. Ha il pregio di trasformare la classica narrazione orientata – cronologicamente: verso il futuro, perché i secoli si susseguono ordinati – in una ricerca del tempo perduto vivificata dalla scoperta del documento. La storia che leggiamo prende sostanza nel documento che ci viene rivelato – ma il documento stesso, è incorporato in quella storia.”

A seguire una esemplificazione retrospettiva, capitolo per capitolo, della relazione storia-documento.

Prologo

Giuseppe La Farina, Messina nell’800, Clio.

Cap. I

1- E mi me ne só ‘ndao… Anonimo XVII sc

2- Camillo Camilliani, Descrizione della Sicilia, in Biblioteca storica e letteraria di Sicilia a cura di G. Di Marzo, vol xxv, Palermo 1877. Manoscritti depositati alla Biblioteca comunale di Palermo con i codici Qq E27;Qq D188;Qq F101. La seconda parte ha per titolo” Descrittione delle torri marittime del regno già fatte, e di quelle, che di nuovo convengan farsi per la corrispondenza de’ segnali, de’ fumi, e fuochi, incominciando dalla città di Palermo e piegando verso ponente in circuito d’esso Regno.

3- Messer Giulio Filoteo Omodei, Descrizione della Sicilia nel sc.XVI, vol. XXIV Palermo 1886

4- Il marinaro di capo Feto. Versioni di Salomone Marino, Giuseppe Pitrè e Almanaccu sicilianu, Pungitopo 1978.

Cap.II

1-  La vita e la storia di Ariadeno Barbarossa  voltata in italiano dalla inedita versione spagnola di un originale turco, conservata nella biblioteca comunale di Palermo, Sellerio 1993

2- La destruttione de Lipari per Barbarussa, composta per Giouan Andria di Simon ditto il poeta. Stampata in Venetia et ristampata in Messina per Simon Brea 1594

Disegno di Hieronimo Maurando di una galera turca del XVI sc.

3- Hieronimo Maurando, cappellano della Reale, manoscritto  C.G. 1777, collect. Peiresc, VIII, ff. 178-221, Biblioteque  Inghimbertine di Carpentras, cit. da A. Raffa in Pirati, corsari, schiavi, marinai, mercanti.

Cap. III-IV

1- Libro Rosso, Comune di Patti, f.204 v

2- Discorso della familiatura da Bartolomé Bennassar, in Storia dell’inquisizione spagnola, Bur 2003

3- Carlo Alberto Garufi, Fatti e personaggi dell’Inquisizione in Sicilia, Sellerio 1977. Trascrizione atti processo super magariam contro Pellegrina Vitello, Archivio Simancas.

4- Argisto Giuffredi, Avvertimenti cristiani, Sellerio 2004

Cap.VII

Giuseppe Bonaffini, Cattivi e redentori nel Mediterraneo tra XVI e XVII sc. Ila Palma, Palermo 2003

Cartina della Sicilia dell’incisore Antonio Bova (1727?) con le stelline dei luoghi delle incursioni sulla base dei “riveli”

Cap. IX

Il testo della scomunica contro i giurati di Patti è quello  contro Baruch Spinoza, comminata dai signori di Mahamad della sinagoga di Amsterdam nel 1656.

Vincenzo Ruffo della Floresta, Lotte della città di Patti per la sua libertà e per la sua giurisdizione nel sc XVII, Messina Tipografia D’Amico, Messina Parte I° 1906; Parte II° 1907

Cap. X-XI

1- A.S.P. Fondo Arciconfraternita per la Redenzione dei cattivi, Riveli di cattivati di luoghi demaniali, città di Patti e Joiusa Guardia

20150422_191600

Revelo delli personi della città di Patti, 1596

2-  Relatione de’ Cristiani, i quali erano schiavi dei Turchi e riscattati con l’elemosina della Confraternità della Redenzione dei Cattivi della Chiesa di Santa Maria la Nova a XXX aprile MDCLXXXX, in Palermo. Stamperia di Pietro Coppola, stampatore camerale. (1690) https://www.salvarepalermo.it/per/archivio/per-n-6/item/657-un-mare-di-cattivi

3-  Aurora Romano, Schiavi siciliani e traffici monetari nel mediterraneo del XVI sc, in Rapporti diplomatici e scambi commerciali nel mediterraneo a cura di Mirella Mafrici, Atti convegno internazionale di studi, Fisciano, Università di Salerno, Rubettino 2002

Cap. XII

A.Leanti, Lo stato presente della Sicilia, Palermo 1761

T. Augello, La Sicilia nelle incisioni del Bova, Palermo  1983

Citti Siracusano, La pittura del settecento in Sicilia, 1986

G. Di Marzo, I Gagini e le sculture in Sicilia, Palermo, 1885

Cap. XIII

Giuseppe Forzano Natoli, Gioiosa Guardia e Gioiosa Marea. Cenni storici, Tipografia del progresso, Mistretta 1887

Francesco Carlo D’Amico, Osservazioni pratiche intorno la pesca, corso e cammino dei tonni, Società tipografica, Messina 1816

“Wish us the Wind South”Lo slang inglese a fianco della lussuriosa trota i due motivo dell’exlibris di mister Daniel Fearing sindaco di Newport

Digitized by Google, books.google.it (Harvard College Library. Gift of Daniel. B.Fearing. Newport R.I.)

Cap. XIV-XV

Alcmena Borgia, contessa (1804-1884)

Diario di Antonino Cumbo conte Borgia, Eredi Prina Ricotti Cumbo Borgia, Roma

Quaderni della biblioteca comunale di Velletri, Camillo Borgia (1773-1817) soldato e archeologo, 1999

http://www.velletriweb.it sul ramo veliternese dei Borgia, Card. Stefano Borgia e Museo borgiano

G. Alibrandi, Archeolgia delle tonnare messinesi, Provincia regionale di Messina

G. Alibrandi, Le utili imprese dei D’Amico Cumbo Borgia, in “Milazzo Nostra”  2008

Cap. XVI-XVII

Il terremoto di Messina, a cura Istituto di studi storici Gaetano Salvemini, Messina, 2006

Julia Alfaro Vallejos, Los pescadores italianos de Chucuito, Editao por Bandesco

 Cap. XXI

Estratto Sentenza Brigantino, Tribunale di Patti,  del 6.3.2000

Cap. XXII

La missiva datata «La Goletta 19 Agosto 1806” è scritta da un certo Mesacitte Reabbo. Nei due cerchi: il recapito,Palermo; nel secondo, lettera di schiavo

Lettera di Mesacitte Reabbo, archivio privato collezione di documenti storico postali di proprietà del signor Leonardo Di Bella. Con il suo permesso pubblichiamo la traduzione.

La Goletta il 19 agosto 1806. Fratello mio carissimo Con la presente ora che posso non lascio di notificarti l’ottimo stato della mia salute e lo stesso spero sentire di te. Io ho parlato con Giallone e mi ha risposto che vuole sapere se siete venduto e se il padrone ti vuole vendere per denaro o scambiarti con cristiani. Dunque voglio essere avvisato di come mi devo regolare — e salamliche miliche per soleme – e salamiliche miliche per cosimo ed ali. Con tutte salamiliche per soleme – e io voglio sapere dove ti ritrovi per io parlare con il Giallone e con il Bei e scrivimi subito appena puoi e sulla lettera (indirizza) per La Goletta a Antonino Tortorici che recapita a Mesacitte Reabbo. Mi fermo alla Goletta porto di Tunisi tuo fratello Mesacitte Reabbo. Volta il foglio. Caro Capitano Domenico Romeo vi prego di recapitare questa lettera alle tre mura che sia portata ai cristiani fatemi la finezza.

Cap.XXV

Un appello per Procida, di Ennio Morricone, in Repubblica del 24 dicembre 2007

ASCT

Archivio municipale di Patti i verbali dei Consigli

pubblici dal 1590 al 1670.

Libro rosso

Questi fatti sono documentati nel libro intitolato : « Vrbis Ma- 
gnanimae et Nobilissimae Tyndaridis et Pactarvm Ivs Mvuicipale; cvivs Dispositis In- 
colae reguntur » che si conserva nell'archivio municipale sotto il nome 
di Libro d'oro. Questo manoscritto — come ivi si legge — fu com- 
pilato nell’ anno 1561 dai giurati della città Giovanni Dominedò, Lu- 
ciano Marescalco, Giovan Paolo Barbaro e Tommaso Stoppia. 

Come fu che il Corso dei tonni del barone D’Amico approdò alla biblioteca di Newport

D’Amico Corso e camino dei tonni “Wish us the Wind South”Lo slang inglese a fianco della lussuriosa trota i due motivi dell’exlibris di mister Daniel Fearing sindaco di Newport

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La metà della cartolina postale formato Margherita……..

I giovani Pitì-Alibrandi Anna. Emigrati nello Stato del Rodhe Island a Providence

All’atelier del Benincasa arrivò una giovane coppia, i giovani Pitì che scelsero il formato Margherita, sul retro pronta per essere spedita come una cartolina postale. Fu galante il Benincasa con la giovane Anna che gracilina aveva rimandato la partenza per lo stato del Rodheiland. «Metterà su spalle e non conoscerà le umilianti prove d’ingresso a Ellis Island» disse rivolto al giovane Pitì che doveva imbarcarsi da solo per Providence. E replicò a decine la stampa del formato cartolina che i due giovani distribuirono come ricordo d’addio ai paesani. Promessa al giovane Pitì, l’Anna aveva fatto un matrimonio per procura, aspettando l’atto di richiamo e non si era potuta presentare ai piedi dell’altare per prendere la benedizione del Divin Maestro assieme a quella della Bedda Madre, effigiati sulle tele incorniciate nei legni del cinquecento. La gioia di ogni donna promessasi in sposa o prossima a partorire era quella di sognare almeno una notte prima di convolare a nozze o di partorire in casa sul tavolo della cucina, aiutata dal forcipe dell’ostetrico Benicasa, il Divin Maestro benedicente assistito dalla Bedda Madre. E l’Anna supplicava la Bedda Madre perché le apparisse in sogno nella polena di prua a guidare la sua nave per l’America varcare i confini.
Bedda Madri di l’autu mari a mia a Nuova Yocca m’aviti a purtari…
Prima di partire le tavole del suo letto vennero scompagnate per fare da sedie per la veglia dei paesani venuti a salutarla. La metà del ritratto dell’uomo che l’aspettava nelle Americhe la portava nel pendente d’argento infilato nella catenina che portava appesa al collo anch’essa d’argento durante il viaggio che l’avrebbe riunita a colui che di là del mare Oceano sul comò teneva la sua metà. Quando si riabbracciarono sotto alla statua della Libertà fecero il loro ingresso per la porta d’America. Dopo la quarantena di pianti alle Ellis Island tornarono insieme a ricomporre la coppia del tritratto scattata dal Benincasa.

L’albero di gelso sopravvissuto ai barbari moderni!

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Il gelso, l'albero contorto amato e dipinto dai pittori del Brigantino

Brigantino: il gelso, l’albero contorto amato e dipinto dai pittori del Brigantino

L’albero di gelso, assieme alla senia che faceva affiorare le secchie d’acqua dal pozzo, è uno degli elementi del paesaggio caro ai pittori che amavano dipingere al Brigantino en plein air. Scorcio presente in tutte le vedute, da quelle acquerellate, a quelle a olio o a china. Tutte rappresentate nella mostra dedicata ai pittori del Brigantino social club organizzata quest’estate alla Pro Loco di San Giorgio.

Oli e chine di D'Angelo e Spadaro alla mostra della Proloco San Giorgio 2015

Oli e chine di D’Angelo e Spadaro alla mostra della Proloco San Giorgio 2015

Era l’albero contorto che – d’inverno, spoglio di fronde e dalla capigliatura di rami incolti e contorti, e di primavera con le sue fronde e frutti – sfidava il vento ma soprattutto l’estro di quei pittori che si misuravano con quel contorsionismo della natura assurto a simbolo dei luoghi, il “genius loci”! Lo dipinsero Spadaro e D’Angelo e i loro allievi Spampinato e Ripa. Lo scorcio, vista mare, riprendeva l’albero contorto con la senia e la casa-capanno  del Buttò, sul cui perimetro costruì il costruttore Crisà, rispettoso di quel vincolo con la natura  prima che entrasse in vigore la L. 47/85 sulla base della quale ha sentenziato il Tribunale di Patti nel 2000.

Brigantino, olio D'Angelo; a destra Malamura di Frieling.

Brigantino, olio D’Angelo; a destra Malamura di Frieling.

Nell’economia del giardino-cortile, a imitazione dell’oasi araba, creato dal Buttò tornato dall’America, il gelso nella sua varietà “nigra” (gelso nero) o “alba” (gelso bianco) oltre che essere un albero da frutto, era principalmente coltivato per le sue fronde destinate come cibo per i bachi da seta. La sua chioma faceva ombra alla senia e alle sue acque sorgenti dalla vena di roccia in cui fu scavata la galleria a fine  ‘800..

 La sua coltivazione era presente in tutto il territorio, dalla fascia marina sino a quella pedemontana. I filari di gelsi a ridosso della scarpata della ferrovia e delimitanti a sud la “vigna del signore” furono inspiegabilmente tagliati per fare legna. Conservati avrebbero fatto bella cornice al parco del palazzetto dello sport.

 Se la sua funzione economica di cibo per i bachi da seta è finita, la sopravvivenza dei gelsi è tornata ad essere quella di albero da frutto. Nunzio Baracca – l’affettuoso soprannome sinonimo di gioiosa compagnia-  li conosce uno a uno quelli rimasti sul territorio e con la sua raccolta alimenta la base di granite ai gelsi servite al bar dello sport del cognato Bracco. Se quello del Brigantino ormai non dà  più frutti, altri esemplari si trovano lungo il torrente Ginormo, a Marotta, al bivio san Giorgio  st. 113 e salendo a Santa Margherita.

La  coltivazione di albero da frutto è alquanto lunga prima di arrivare a maturazione. Impiega anche sette-otto anni. Le sue bacche prima di diventare frutti dolcissimi dal perfetto equilibrio dolce-acido, al primo spuntare sono verdi poi rosse ma ancora acide e infine a perfetta maturazione, nere.

La senia, di cui restavano tracce, il pozzo, è stato distrutto. L’ultima foto che ne attesta la presenza risale al 2012. L’oasi-senia era stata costruita dal Buttò al ritorno dall’America ai primi del ‘900. E’ quella narrata nella “Senia del Brigantino” e dipinta dai pittori en plein air.

2012- L'angolo della senia a ridosso del gelso

2012- L’angolo della senia a ridosso del gelso

A Roma c’era un detto, valido ancora ai nostri giorni:”Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini”.

Al Brigantino i pirati non vengono più dal mare ma dicono che sono di Patti – pattesi una volta estimatori della tonnina fresca di San Giorgio- tutti allineati su quelle che una volta erano le dune del Brigantino, in palese violazione delle distanze dalla battigia del mare ( in particolare L.431/85 e L.R. 78/76; L47/85). Venuti a fare carne di porco sulla pubblica spiaggia!

Soprintendenza, Uffici comunali continuano a rilasciare concessioni e autorizzazioni laddove, a proposito della piscina e sua sanatoria, la sentenza  del TRIBUNALE DI PATTI,  06 / 03 / 2000 (presidente M. R. Gregorio, giudice est. F. Frangini) recita “si deve ritenere che l’imputazione, richiamando in sé il riferimento al precedente capo d’imputazione, implicitamente intende sanzionare un comportamento in base al quale in quella località non poteva essere costruita alcuna costruzione, in violazione palese dell’art. 13 L. 47/85…“.

Il Brigantino all'epoca della sentenza

Il Brigantino all’epoca della sentenza

Petralonga ” il grosso sasso detto dà paesani la Rocca di San Giorgio”

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"Il grosso sasso " detto Rocca di San Giorgio (F.Omodei)

“Il grosso sasso ” detto Rocca di San Giorgio (F.Omodei)

«E seguendo per la marina de Patte per poco spazio, si ritrova la bocca del fiume, che il verno scende dalla montagna di Giusa sopra Patte; ed indi per spazio di due piccole miglia s’arriva alla torre cognominata di S. Giorgio, dove molto lungi in quei monti si scorge un grosso sasso detto dà paesani la Rocca di San Giorgio.»

(Descrizione della Sicilia nel sc XVI per messer Giulio Filoteo Omodei pg 107, in Biblioteca storica e letteraria di Sicilia. Raccolta di opere inedite e rare (sc xv-xix) a cura di Gioacchino Di Marzo. Vol xxiv Palermo 1877;” Manoscritto e rari” Qq G 71 Biblioteca comunale di Palermo.)

L’Omodei è un siciliano di Castiglione di Sicilia , storico e letterato, scrive la sua Historia di Sicilia  a metà ‘500. Il manoscritto conservato alla biblioteca di Palermo fu pubblicato solo nell’800 ad opera del solito Gioacchino Di Marzo. Il suo genere letterario –  Dizionario biografico Treccani – si inserisce a pieno titolo nel filone della cultura didascalica umanistica.

La descrizione dei luoghi e toponomastica coincide con la cartografia del tempo (Magini e Senex) e quel che più importa è ripresa nella Storia delle tradizioni popolari siciliane (Pitrè).

Quindi la Rocca di San Giorgio non ancora spezzata da un fulmine – oppure secondo una versione, tramandata in loco, spezzata da una carica di polvere pirica – era il segno iconico, l’ideogramma del porto-scaro di San Giorgio. Torre e Rocca erano gli elementi topografici e cartografici, ufficialmente certificati come rappresentazione e immagine del paesaggio e come tali assunti anche dai paesani.

Petralonga, lato est.

Petralonga, lato est.

Il grosso sasso, dai paesani chiamato Rocca di San Giorgio, entra ufficialmente nelle fonti letterarie che circoscrivono l’areale di San Giorgio. Il Pitrè l’accoglie nella sua Bblioteca di Tradizioni popolari “Usi e costumi credenze e pregiudizi del popolo siciliano” (vol.II) citando la versione di Salomone-Marino (Leggende, n° XV) La trama riassunta dal Pitrè racconta della “moglie di un fattore entrata in troppa dimestichezza con un pescatore di Patti a nome Nino,diviene incinta, e si sgrava d’un

Petralonga, lato ovest

Petralonga, lato ovest

bambino che vuol battezzato dall’amante. Afflitto per la nuova difficile posizione creatagli dal comparatico, Nino vuol partire, ma la donna lo alletta a rimanere: ed entrambi si propongono di continuare, nascosto al marito, la illecita tresca scendendo ella da una scorciatoia alla spiaggia a trovar l’amato compare. Ma san Giovanni non può soffrire tanta offesa, ed un bel giorno preso con se un angelo scende dal Cielo e sotto figura di vecchio pellegrino va per la via che conduce alla marina, a troncare alla triste donna il passo del delitto. Ella scende, come di solito, a trovar Nino; il pellegrino la invita a tornare indietro, a smettere il peccato. La Rosa ( nome della comare) prende a sbottoneggiarlo, e corre agli amorosi abbracciamenti. Sono essi, gli amanti, sulla sabbia in luogo recondito, quando san Giovanni inorridito dal sacrilegio scuote la vicina rocca, e ne fa distaccare una balza, con la quale scaccia i due peccatori. Il sangue vien fuori da tutte le parti tingendo in rosso l’arena della spiaggia; la gente, all’orribil fracasso, accorre in folla tremante dalla paura. Di sotto alla balza esce ora un fetore pestilenziale, da cui tiensi lontano il pescatore di Capo Feto; ed i pesci della marina tutti muoiono come avvelenati.”

La storia del marinaro di Capo Feto, riportata dal Pitrè in Usi e Costumi del popolo siciliano e raccolta nelle leggende del Salomone-Marino, non è solo una leggenda popolare sul comparatico tradito, ma è anche rappresentazione immaginifica del mondo che aiutava l’uomo a mediare il suo rapporto con la natura, esorcizzando le forze del male. Mettendo in campo il san Giovanni.

Le versioni del marinaro di Capo Feto sono più di una. Le due versioni classiche, quella del Salomone in versi e l’altra di Luigi Natoli in prosa, oltre ad essere dei documenti letterari, costituiscono un documento cartografico: attorno al toponimo di capo Feto, l’elemento fantastico si fonde con quello storico-geografico, omologandosi a vicenda. Il marinaro di capo Feto nient’altri è che il capo raisi della tonnara di San Giorgio.

Non è il Capo Feto di una generica Sicilia ma quello del capo  Fetenia, così come viene descritto dal conte D’Amico nel, “Corso e Cammino dei tonni”(1816).

Nel 1978 Nino Falcone, editore Pungitopo, pubblica nell’Almanacco siciliano dell’annata “A storia da Fitenti” . Nella nota  l’editore scrive “più che una variante del canto popolare Lu marinaru di capu Fetu raccolto da Salamone Marino, questo canto, sentito da Salvatore Grifò, illetterato del contado di Acquasanta, morto una ventina di anni fa, conserva lo stesso episodio leggendario ma con qualche particolare nuovo, ed è da considerare un canto a sé stante.” Contesto e areale sono quello messinese, anzi pattese, visceralmente sangiorgioto.

E infatti “A storia da Fitenti” ha toni e accenti meno moralistici ed un andamento del verso più spumeggiante. Nella versione pattese, il pescatore della Marina di Patti diventa “u capu rrassu a tonnara di Sagnoggi”. Il testo ancora una volta conferma le notizie topografiche e toponomastiche della “tonnara sive mari Santi Georgi”. La toponomastica trova una sua conferma nella cartografia. Antonio Magini (1555-1617) e Jhon Senex (1708) riportano i due toponimi: San Giorgio e Torre di San Giorgio.

L’ideogramma cinquecentesco torna in quello moderno di “Petralonga” che non va confuso con lo scoglio a mare denominato “Brigantino”. Un battesimo letterario conferitogli da Malamura, lo scrittore Ennio Salvo D’Andria di “Sicilia, un giorno”.

 

La casa di Malamura sulla collina di Marotta

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Panoramica sulla collina di Marotta con la casa di Malamura, fine anni '60

Panoramica sulla collina di Marotta con la casa di Malamura, fine anni ’70; sotto, quella del canonico F. Risica

Malamura era il nome che il professore Ennio Salvo aveva dato alla casa di famiglia sulla collina di San Giorgio e nella quale era andato ad abitare il giorno in cui si fece convincere da alcuni familiari a trasferirsi dal castello di Sammezzano in Firenze nella natia Sicilia, su quella amena collina che dall’alto offriva il meraviglioso e incantevole panorama del Brigantino e del golfo nel quale a primavera calavano le reti di tonnara e facevano mattanze di tonni. E venne il giorno in cui, in famiglia, gli eredi reclamarono la legittima proprietà e il professore scese alla marina e fondò il social club Brigantino dove i pittori si ispiravano per le loro tele dipingendo all’aria aperta.

La vecchia foto ritrae la collina di Marotta ancora vergine segnata dai viottoli, incrociando lo stradello Petrelli, da cui il professore scendeva per recarsi in paese. Lì , in quel pensatoio, scrisse uno dei suoi ultimi romanzi “L’undicesimo comandamento” . Marotta e Malamura  non condividono comuni origini: Malamura era nata dalla fervida immaginazione del professore e un toponimo del genere non si trova nella sua letteratura di formazione giovanile come il  romanzo “Sicilia, un giorno” dove si parla della Zisa e delle grotte di Mongiove ma no di Malamura, che evoca assonanze con la tragedia greca o Fedra di Seneca: evocazione di un amore bello ma impossibile con la sua Sicilia, con l’amena collina di Marotta che oggi custodisce un rudere dopo che la porta fu murata per impedirgli l’ingresso.

E l’etimologia di Marotta da dove viene? Niente di strano che l’origine sia un cognome associato alla località o addirittura la forma italianizzata del cognome francese Marotte. C’è chi sul Web preferisce associare Marotta al veneto “marota” (contenitore per le anguille), al napoletano “maròtta” (uccello, gazza) oppure al calabrese “marotta” (canestro da frutta). Chi abita l’amena collina preferirebbe associarla al “canestro di frutta”, quella che Ciccio di Marotta porta alla bottega di Salvatore in piazza della Tonnara.  Ma di tutto questo farneticare attorno all’origine dei nomi quello di “posto delle gazze”, dai versi striduli, mi sembra quello più appropriato per denunciare l’incuria e l’abbandono di un’eredità culturale capace di ispirare un pittore venuto dal nord, J. Frieling, che interpretò quell’angolo di bucolica aristocrazia nascosta dalle cime dei cipressi e a cui l’edera rampicante dava i colori delle quattro stagioni. Il verde, il giallo, la vinaccia del sole al tramonto.

E’ uno dei luoghi della Senia che nella narrazione del Brigantino diventa raggiungibile dall’antico stradello Petrelli!

Malamura di J. Frieling

Malamura di J. Frieling

Qualche estate prima era arrivato da Firenze un pittore norvegese che si era innamorato della campagna di Malamura e della dimora del professore che gli aveva ispirato il paesaggio di una casa sperduta tra gli ulivi le cui mura erano state colonizzate dall’edera canadese ma di cui restava visibile un angolo di conversazione o lettura alla quale rimandava il tavolo rotondo in granito a malapena coperto dai due cipressi all’ingresso del cancello. Quel quadro era rimasto nella casa della maestra del paese dove il pittore, ospite dei figli anch’essi venuti da Firenze, consumava i pasti. Jack che era cresciuto nelle brume del nord con un sole simile a un tuorlo d’uovo malato in un cielo simile al latte sporco …..Jack era un tipo eccentrico e amava vestirsi tutto l’anno di una giacca di cuoio, stivali e tanto di cappello. Se lo ricordano ancora in paese perché amava conversare con i marinai e a prua della barca del Citurro aveva disegnato un totano gigante simile a una piovra atlantica. Al Portico della Lettura si disse che era diventato quotato e perciò il quadro  era stato portato a Firenze.

La fioritura “petalosa” delle salse tamerici al Brigantino

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Fioritura petalosa di salse tamerici al Brigantino

Fioritura petalosa di salse tamerici al Brigantino

I Costa – padre e figli- hanno fatto  più di quanto ha narrato lo scrittore  della “Senia del Brigantino” per ricordare  Ennio Salvo D’Andria: chi si avventura, a primavera iniziata, sul sentiero di sabbia in mezzo ai cannici non solo potrà leggere i versi della poesia con la quale  Malamura  magnificava “San Giorgio”  ma potrà bearsi ammirando la fioritura “petalosa” delle salse tamerici sotto le cui fronde è stato collocato il cippo dedicato al poeta scrittore di San Giorgio…un giorno come la Sicilia narrata nel romanzo dispersosi con l’alluvione di Firenze.

Com’era un giorno il Brigantino, ai tempi del Malamura, l’anno restituito i Costa sottraendolo  all’oblio della desolazione piantando le salse tamerici che si tingono a primavera di rosa vaporosa. Sulla spiaggia aperta i cannici trapiantati  sulla duna hanno rubato ai refoli di vento le folate di sabbia sulle quali è tornato a crescere il giglio di mare, la calcatreppola e il papavero cornuto. Il paesaggio primaverile, tinto di rosa vaporosa, è completamente diverso da quello estivo che, sebbene brullo e riarso, conserva le caratteristiche tonalità del giallo diffuso (calcatreppola e bacicci) con puntinature di rosso papavero. I colori che abbiamo visto alla mostra dei pittori del Brigantino (Spadaro, Frieling, D’Angelo) organizzata alla Pro Loco nell’estate del 2015.

L'ode barbara ai confini del Brigantino

L’ode barbara ai confini del Brigantino

 Oltre, finito il sentiero di sabbia tra siepi di bosso e  bacicci, si vede e si sente l’ode barbara dei nuovi arrivati che si cinturano contro le risacche dell’inverno innalzando terrapieni di massi ciclopici, cancellando gli ultimi segni di primavere di alberi e flora spontanea che cresceva accanto alla senia divelta dei suoi massi per innalzare un muro a vietare l’ingresso su quella battigia millenaria che portava alla Petralonga e al Brigantino, lo scoglio sperso nell’azzurro del mare.

   Malamura se n’era andato prima che il mare gli prendesse la sua creatura, il social club Brigantino come glielo aveva battezzato Nerino,  abbandonato anche dai pittori perché c’era poco ormai da dipingere in quel posto antropizzato dagli uomini che potesse ispirarli. La rabbia di Malamura era quella di non avere più voce per gridare contro i Cuantiabbusi «Il suo dio mi ha punito togliendomi la voce!» soleva dire a Nerino. «Per questo bisognerebbe averne uno, potresti pregarlo perché te la restituisca!» Rispondeva Nerino per consolarlo. Il suo alunno Costa dai tempi del liceo sognava di dedicargli una lapide che lo ricordasse come lo scrittore di “Sicilia, un giorno” e “ I picciotti di Gibilrossa”. Una lapide scolpita su di un cippo collocato tra la senia e il brigantino, di cui voleva riqualificare i luoghi a ricordo del maestro con le sue dune di sabbia trattenute dai bacicci e dai cannici. Un viale sterrato che cancellasse l’asfalto di catrame dei Cuantiabbusi, alberato di salse tamerici dal portamento leggero e con la fioritura delle fronde spruzzata di rosa vaporosa. Lo seppellirono all’Archittu, il prato in collina che guarda il mare del golfo con la vista del brigantino. Una lapide, all’ingresso, ricorda il giorno in cui lui guidò un comitato di pescatori che aveva deciso di dare sepoltura abusiva al cadavere del  congiunto  nelle terre dei Ruffo della Floresta e si fece il carcere per essere stato il capopolo. Le donne a guardia del cadavere che codarde non erano sfidarono i carabinieri «Noi di qua non ci alzeremo fino a quando la morta non sarà diventata cadavere!» L’impresa eroica con l’epico gesto delle donne segnò il definitivo distacco da Ciappe di Tono. ( La senia del Brigantino, pg 292)

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