Antonino Cumbo conte Borgia fu anche l’abile maneggiatore di quella strategia matrimoniale che avrebbe portato la baronia D’Amico in casa Cumbo. Il patrizio milazzese aveva sposato Francesca, figlia di Rosa D’Amico, vedova marchesa Calcagno. Mancava però quel matrimonio con la tonnara di Santi Georgi che avrebbe portato la baronia dei D’Amico in casa Cumbo Borgia.

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Rosa D’Amico era la figlia unica del duca Francesco Carlo D’Amico Stagno ed aveva sposato il nobile Vincenzo Calcagno senza averne figli maschi. L’altera contessa D’Amico al tavolo da gioco e nella vita amava il ruolo del mazziere che dà le carte e nella vedovanza aveva dato da intendere a tutti che la carta che lei si teneva stretta era quella della tonnara di Santi Georgi, il tesoro col quale avrebbe provveduto alla dote delle figlie che il signor padre marito barone Calcagno, aveva lasciato senza indicare un partito con cui maritarle. Ereditava dal padre i titoli di duca d’Ossada, conte di Guido, barone della tonnara di San Giorgio e di Patti Roccabianca. Non c’era tesoro di famiglia nascosto da rivelare e testamento da aprire perché non aveva niente da lasciare e neanche da litigare c’era al pranzo di doglianza. Cinque erano le figlie femmine: Melia Maria, Giuseppina, Francesca, Luisa, Enrichetta. «Cincu fimmini p’un percocu!» si sollevava la contessa madre che non voleva svendere le figlie sue. La contessa madre D’Amico nell’estate del 1857 aveva festeggiato la nascita del duchino Vincenzo della Floresta nato da don Giuseppe, quinto principe della Floresta, e dalla sua Giuseppina dei duchi di San Giorgio. Il battesimo venne celebrato alla tonnara di San Giorgio a fine esercizio di pesca. Invitati i Cumbo: il nonno Antonino, il padre Diego e il figlio Antonino Cumbo conte Borgia, per parte di madre Alcmena dei duchi Pighini Borgia. Così l‘eroe della Repubblica romana, aspirante alla mano della contessina Francesca fu presentato ai Ruffo principi della Floresta e alla contessa Rosa D’Amico e alle contessine D’Amico Calcagno: Giuseppina, Melia Maria, Luisa ed Enrichetta.
Per la tonnara del mare di Santi Georgi non ci fu spartizione ma vendita e venne il tempo in cui la suocera signora contessa decise di passare il mazzo vendendo ad Antonino Cumbo conte Borgia, vedovo della figlia Francesca, baronia e tonnara di San Giorgio. Fu la suocera a vendere nel 1879 ad Antonino Cumbo conte Borgia, vedovo della figlia Francesca, baronia e tonnara di San Giorgio. Ma per questa vendita il conte Borgia studiò quel marchingegno giuridico che, con l’approvazione del Tribunale del Regno, emancipava il figlio Diego rendendolo maggiorenne; gli faceva comprare dalla vedova Rosa Calcagno, ava materna del minore emancipato, tonnara e baronia di San Giorgio; gli permetteva emancipandolo di accendere un mutuo di 10.000 onze alla ragione del 6%, pari a quanto assommava l’intera somma dell’acquisto e alla quale il padre Antonino si associava per onze 3.500, costituendo infine in garanzia di esso mutuo una speciale ipoteca su tutta quella parte del fondo Guido che Diego aveva ereditato dal bisavo duca d’Ossada.

Quale ne era la motivazione? L’esclusione, col marchingegno della vendita, di un ramo cadetto della famiglia? Niente affatto, perché “ il signor conte Antonino Cumbo Borgia è venuto esponendo che atteso il grande sviluppo intellettuale del proprio figliolo Diego lo ha emancipato sì perché è già presso alla maggiore età, non mancando che pochi mesi per raggiungerla, e sì per agevolargli l’acquisto di gran parte di un latifondo posto in contrada San Giorgio territorio di Gioiosa e della tonnara annessavi che probabilmente potrebbe andargli fallito se lo si rimandasse ad altro tempo, essendo a temere che siano per presentarsi altri attendenti.” Il Tribunale regio “ considerando che il signor contino Diego Cumbo del conte Antonino e della fu signora contessa Francesca Calcagno D’Amico, ha già dato in sì giovane età tali prove di eletta intelligenza e di maturo giudizio che ha determinato il suo genitore signor Cumbo Borgia ad emanciparlo, lasciandogli libero il governo del suo patrimonio” autorizzava, tramite il suo Consiglio, l’emancipazione del figlio Diego.

Dopo un secolo di rivolgimenti che avevano determinato stabili equilibri politici per l’Italia unita sotto l’egida monarchica, i Cumbo tornavano ai loro affari mai interrotti a differenza dei Borgia che avendo precorso i tempi dell’Italia repubblicana avevano pagato finanziariamente le conseguenze, in particolare Ettore lo zio di Antonino Cumbo, della loro azione politica. Ma la loro storia non può dirsi una storia di vecchi Gattopardi: era il tentativo minoritario, mazziniano, di anticipare in Italia i tempi della Repubblica. Era in fondo la lezione che si può ricavare dal simbolo araldico della famiglia Cumbo: il nodo gordiano e la spada appuntata al medesimo accompagnato dal motto:” Vi sed non ingenio.” E l’Italia avrebbe fatto il salto di un secolo: 1848-1948.


























