L’albero di gelso sopravvissuto ai barbari moderni!

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Il gelso, l'albero contorto amato e dipinto dai pittori del Brigantino

Brigantino: il gelso, l’albero contorto amato e dipinto dai pittori del Brigantino

L’albero di gelso, assieme alla senia che faceva affiorare le secchie d’acqua dal pozzo, è uno degli elementi del paesaggio caro ai pittori che amavano dipingere al Brigantino en plein air. Scorcio presente in tutte le vedute, da quelle acquerellate, a quelle a olio o a china. Tutte rappresentate nella mostra dedicata ai pittori del Brigantino social club organizzata quest’estate alla Pro Loco di San Giorgio.

Oli e chine di D'Angelo e Spadaro alla mostra della Proloco San Giorgio 2015

Oli e chine di D’Angelo e Spadaro alla mostra della Proloco San Giorgio 2015

Era l’albero contorto che – d’inverno, spoglio di fronde e dalla capigliatura di rami incolti e contorti, e di primavera con le sue fronde e frutti – sfidava il vento ma soprattutto l’estro di quei pittori che si misuravano con quel contorsionismo della natura assurto a simbolo dei luoghi, il “genius loci”! Lo dipinsero Spadaro e D’Angelo e i loro allievi Spampinato e Ripa. Lo scorcio, vista mare, riprendeva l’albero contorto con la senia e la casa-capanno  del Buttò, sul cui perimetro costruì il costruttore Crisà, rispettoso di quel vincolo con la natura  prima che entrasse in vigore la L. 47/85 sulla base della quale ha sentenziato il Tribunale di Patti nel 2000.

Brigantino, olio D'Angelo; a destra Malamura di Frieling.

Brigantino, olio D’Angelo; a destra Malamura di Frieling.

Nell’economia del giardino-cortile, a imitazione dell’oasi araba, creato dal Buttò tornato dall’America, il gelso nella sua varietà “nigra” (gelso nero) o “alba” (gelso bianco) oltre che essere un albero da frutto, era principalmente coltivato per le sue fronde destinate come cibo per i bachi da seta. La sua chioma faceva ombra alla senia e alle sue acque sorgenti dalla vena di roccia in cui fu scavata la galleria a fine  ‘800..

 La sua coltivazione era presente in tutto il territorio, dalla fascia marina sino a quella pedemontana. I filari di gelsi a ridosso della scarpata della ferrovia e delimitanti a sud la “vigna del signore” furono inspiegabilmente tagliati per fare legna. Conservati avrebbero fatto bella cornice al parco del palazzetto dello sport.

 Se la sua funzione economica di cibo per i bachi da seta è finita, la sopravvivenza dei gelsi è tornata ad essere quella di albero da frutto. Nunzio Baracca – l’affettuoso soprannome sinonimo di gioiosa compagnia-  li conosce uno a uno quelli rimasti sul territorio e con la sua raccolta alimenta la base di granite ai gelsi servite al bar dello sport del cognato Bracco. Se quello del Brigantino ormai non dà  più frutti, altri esemplari si trovano lungo il torrente Ginormo, a Marotta, al bivio san Giorgio  st. 113 e salendo a Santa Margherita.

La  coltivazione di albero da frutto è alquanto lunga prima di arrivare a maturazione. Impiega anche sette-otto anni. Le sue bacche prima di diventare frutti dolcissimi dal perfetto equilibrio dolce-acido, al primo spuntare sono verdi poi rosse ma ancora acide e infine a perfetta maturazione, nere.

La senia, di cui restavano tracce, il pozzo, è stato distrutto. L’ultima foto che ne attesta la presenza risale al 2012. L’oasi-senia era stata costruita dal Buttò al ritorno dall’America ai primi del ‘900. E’ quella narrata nella “Senia del Brigantino” e dipinta dai pittori en plein air.

2012- L'angolo della senia a ridosso del gelso

2012- L’angolo della senia a ridosso del gelso

A Roma c’era un detto, valido ancora ai nostri giorni:”Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini”.

Al Brigantino i pirati non vengono più dal mare ma dicono che sono di Patti – pattesi una volta estimatori della tonnina fresca di San Giorgio- tutti allineati su quelle che una volta erano le dune del Brigantino, in palese violazione delle distanze dalla battigia del mare ( in particolare L.431/85 e L.R. 78/76; L47/85). Venuti a fare carne di porco sulla pubblica spiaggia!

Soprintendenza, Uffici comunali continuano a rilasciare concessioni e autorizzazioni laddove, a proposito della piscina e sua sanatoria, la sentenza  del TRIBUNALE DI PATTI,  06 / 03 / 2000 (presidente M. R. Gregorio, giudice est. F. Frangini) recita “si deve ritenere che l’imputazione, richiamando in sé il riferimento al precedente capo d’imputazione, implicitamente intende sanzionare un comportamento in base al quale in quella località non poteva essere costruita alcuna costruzione, in violazione palese dell’art. 13 L. 47/85…“.

Il Brigantino all'epoca della sentenza

Il Brigantino all’epoca della sentenza

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Petralonga ” il grosso sasso detto dà paesani la Rocca di San Giorgio”

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"Il grosso sasso " detto Rocca di San Giorgio (F.Omodei)

“Il grosso sasso ” detto Rocca di San Giorgio (F.Omodei)

«E seguendo per la marina de Patte per poco spazio, si ritrova la bocca del fiume, che il verno scende dalla montagna di Giusa sopra Patte; ed indi per spazio di due piccole miglia s’arriva alla torre cognominata di S. Giorgio, dove molto lungi in quei monti si scorge un grosso sasso detto dà paesani la Rocca di San Giorgio.»

(Descrizione della Sicilia nel sc XVI per messer Giulio Filoteo Omodei pg 107, in Biblioteca storica e letteraria di Sicilia. Raccolta di opere inedite e rare (sc xv-xix) a cura di Gioacchino Di Marzo. Vol xxiv Palermo 1877;” Manoscritto e rari” Qq G 71 Biblioteca comunale di Palermo.)

L’Omodei è un siciliano di Castiglione di Sicilia , storico e letterato, scrive la sua Historia di Sicilia  a metà ‘500. Il manoscritto conservato alla biblioteca di Palermo fu pubblicato solo nell’800 ad opera del solito Gioacchino Di Marzo. Il suo genere letterario –  Dizionario biografico Treccani – si inserisce a pieno titolo nel filone della cultura didascalica umanistica.

La descrizione dei luoghi e toponomastica coincide con la cartografia del tempo (Magini e Senex) e quel che più importa è ripresa nella Storia delle tradizioni popolari siciliane (Pitrè).

Quindi la Rocca di San Giorgio non ancora spezzata da un fulmine – oppure secondo una versione, tramandata in loco, spezzata da una carica di polvere pirica – era il segno iconico, l’ideogramma del porto-scaro di San Giorgio. Torre e Rocca erano gli elementi topografici e cartografici, ufficialmente certificati come rappresentazione e immagine del paesaggio e come tali assunti anche dai paesani.

Petralonga, lato est.

Petralonga, lato est.

Il grosso sasso, dai paesani chiamato Rocca di San Giorgio, entra ufficialmente nelle fonti letterarie che circoscrivono l’areale di San Giorgio. Il Pitrè l’accoglie nella sua Bblioteca di Tradizioni popolari “Usi e costumi credenze e pregiudizi del popolo siciliano” (vol.II) citando la versione di Salomone-Marino (Leggende, n° XV) La trama riassunta dal Pitrè racconta della “moglie di un fattore entrata in troppa dimestichezza con un pescatore di Patti a nome Nino,diviene incinta, e si sgrava d’un

Petralonga, lato ovest

Petralonga, lato ovest

bambino che vuol battezzato dall’amante. Afflitto per la nuova difficile posizione creatagli dal comparatico, Nino vuol partire, ma la donna lo alletta a rimanere: ed entrambi si propongono di continuare, nascosto al marito, la illecita tresca scendendo ella da una scorciatoia alla spiaggia a trovar l’amato compare. Ma san Giovanni non può soffrire tanta offesa, ed un bel giorno preso con se un angelo scende dal Cielo e sotto figura di vecchio pellegrino va per la via che conduce alla marina, a troncare alla triste donna il passo del delitto. Ella scende, come di solito, a trovar Nino; il pellegrino la invita a tornare indietro, a smettere il peccato. La Rosa ( nome della comare) prende a sbottoneggiarlo, e corre agli amorosi abbracciamenti. Sono essi, gli amanti, sulla sabbia in luogo recondito, quando san Giovanni inorridito dal sacrilegio scuote la vicina rocca, e ne fa distaccare una balza, con la quale scaccia i due peccatori. Il sangue vien fuori da tutte le parti tingendo in rosso l’arena della spiaggia; la gente, all’orribil fracasso, accorre in folla tremante dalla paura. Di sotto alla balza esce ora un fetore pestilenziale, da cui tiensi lontano il pescatore di Capo Feto; ed i pesci della marina tutti muoiono come avvelenati.”

La storia del marinaro di Capo Feto, riportata dal Pitrè in Usi e Costumi del popolo siciliano e raccolta nelle leggende del Salomone-Marino, non è solo una leggenda popolare sul comparatico tradito, ma è anche rappresentazione immaginifica del mondo che aiutava l’uomo a mediare il suo rapporto con la natura, esorcizzando le forze del male. Mettendo in campo il san Giovanni.

Le versioni del marinaro di Capo Feto sono più di una. Le due versioni classiche, quella del Salomone in versi e l’altra di Luigi Natoli in prosa, oltre ad essere dei documenti letterari, costituiscono un documento cartografico: attorno al toponimo di capo Feto, l’elemento fantastico si fonde con quello storico-geografico, omologandosi a vicenda. Il marinaro di capo Feto nient’altri è che il capo raisi della tonnara di San Giorgio.

Non è il Capo Feto di una generica Sicilia ma quello del capo  Fetenia, così come viene descritto dal conte D’Amico nel, “Corso e Cammino dei tonni”(1816).

Nel 1978 Nino Falcone, editore Pungitopo, pubblica nell’Almanacco siciliano dell’annata “A storia da Fitenti” . Nella nota  l’editore scrive “più che una variante del canto popolare Lu marinaru di capu Fetu raccolto da Salamone Marino, questo canto, sentito da Salvatore Grifò, illetterato del contado di Acquasanta, morto una ventina di anni fa, conserva lo stesso episodio leggendario ma con qualche particolare nuovo, ed è da considerare un canto a sé stante.” Contesto e areale sono quello messinese, anzi pattese, visceralmente sangiorgioto.

E infatti “A storia da Fitenti” ha toni e accenti meno moralistici ed un andamento del verso più spumeggiante. Nella versione pattese, il pescatore della Marina di Patti diventa “u capu rrassu a tonnara di Sagnoggi”. Il testo ancora una volta conferma le notizie topografiche e toponomastiche della “tonnara sive mari Santi Georgi”. La toponomastica trova una sua conferma nella cartografia. Antonio Magini (1555-1617) e Jhon Senex (1708) riportano i due toponimi: San Giorgio e Torre di San Giorgio.

L’ideogramma cinquecentesco torna in quello moderno di “Petralonga” che non va confuso con lo scoglio a mare denominato “Brigantino”. Un battesimo letterario conferitogli da Malamura, lo scrittore Ennio Salvo D’Andria di “Sicilia, un giorno”.

 

La casa di Malamura sulla collina di Marotta

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Panoramica sulla collina di Marotta con la casa di Malamura, fine anni '60

Panoramica sulla collina di Marotta con la casa di Malamura, fine anni ’70; sotto, quella del canonico F. Risica

Malamura era il nome che il professore Ennio Salvo aveva dato alla casa di famiglia sulla collina di San Giorgio e nella quale era andato ad abitare il giorno in cui si fece convincere da alcuni familiari a trasferirsi dal castello di Sammezzano in Firenze nella natia Sicilia, su quella amena collina che dall’alto offriva il meraviglioso e incantevole panorama del Brigantino e del golfo nel quale a primavera calavano le reti di tonnara e facevano mattanze di tonni. E venne il giorno in cui, in famiglia, gli eredi reclamarono la legittima proprietà e il professore scese alla marina e fondò il social club Brigantino dove i pittori si ispiravano per le loro tele dipingendo all’aria aperta.

La vecchia foto ritrae la collina di Marotta ancora vergine segnata dai viottoli, incrociando lo stradello Petrelli, da cui il professore scendeva per recarsi in paese. Lì , in quel pensatoio, scrisse uno dei suoi ultimi romanzi “L’undicesimo comandamento” . Marotta e Malamura  non condividono comuni origini: Malamura era nata dalla fervida immaginazione del professore e un toponimo del genere non si trova nella sua letteratura di formazione giovanile come il  romanzo “Sicilia, un giorno” dove si parla della Zisa e delle grotte di Mongiove ma no di Malamura, che evoca assonanze con la tragedia greca o Fedra di Seneca: evocazione di un amore bello ma impossibile con la sua Sicilia, con l’amena collina di Marotta che oggi custodisce un rudere dopo che la porta fu murata per impedirgli l’ingresso.

E l’etimologia di Marotta da dove viene? Niente di strano che l’origine sia un cognome associato alla località o addirittura la forma italianizzata del cognome francese Marotte. C’è chi sul Web preferisce associare Marotta al veneto “marota” (contenitore per le anguille), al napoletano “maròtta” (uccello, gazza) oppure al calabrese “marotta” (canestro da frutta). Chi abita l’amena collina preferirebbe associarla al “canestro di frutta”, quella che Ciccio di Marotta porta alla bottega di Salvatore in piazza della Tonnara.  Ma di tutto questo farneticare attorno all’origine dei nomi quello di “posto delle gazze”, dai versi striduli, mi sembra quello più appropriato per denunciare l’incuria e l’abbandono di un’eredità culturale capace di ispirare un pittore venuto dal nord, J. Frieling, che interpretò quell’angolo di bucolica aristocrazia nascosta dalle cime dei cipressi e a cui l’edera rampicante dava i colori delle quattro stagioni. Il verde, il giallo, la vinaccia del sole al tramonto.

E’ uno dei luoghi della Senia che nella narrazione del Brigantino diventa raggiungibile dall’antico stradello Petrelli!

Malamura di J. Frieling

Malamura di J. Frieling

Qualche estate prima era arrivato da Firenze un pittore norvegese che si era innamorato della campagna di Malamura e della dimora del professore che gli aveva ispirato il paesaggio di una casa sperduta tra gli ulivi le cui mura erano state colonizzate dall’edera canadese ma di cui restava visibile un angolo di conversazione o lettura alla quale rimandava il tavolo rotondo in granito a malapena coperto dai due cipressi all’ingresso del cancello. Quel quadro era rimasto nella casa della maestra del paese dove il pittore, ospite dei figli anch’essi venuti da Firenze, consumava i pasti. Jack che era cresciuto nelle brume del nord con un sole simile a un tuorlo d’uovo malato in un cielo simile al latte sporco …..Jack era un tipo eccentrico e amava vestirsi tutto l’anno di una giacca di cuoio, stivali e tanto di cappello. Se lo ricordano ancora in paese perché amava conversare con i marinai e a prua della barca del Citurro aveva disegnato un totano gigante simile a una piovra atlantica. Al Portico della Lettura si disse che era diventato quotato e perciò il quadro  era stato portato a Firenze.

La fioritura “petalosa” delle salse tamerici al Brigantino

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Fioritura petalosa di salse tamerici al Brigantino

Fioritura petalosa di salse tamerici al Brigantino

I Costa – padre e figli- hanno fatto  più di quanto ha narrato lo scrittore  della “Senia del Brigantino” per ricordare  Ennio Salvo D’Andria: chi si avventura, a primavera iniziata, sul sentiero di sabbia in mezzo ai cannici non solo potrà leggere i versi della poesia con la quale  Malamura  magnificava “San Giorgio”  ma potrà bearsi ammirando la fioritura “petalosa” delle salse tamerici sotto le cui fronde è stato collocato il cippo dedicato al poeta scrittore di San Giorgio…un giorno come la Sicilia narrata nel romanzo dispersosi con l’alluvione di Firenze.

Com’era un giorno il Brigantino, ai tempi del Malamura, l’anno restituito i Costa sottraendolo  all’oblio della desolazione piantando le salse tamerici che si tingono a primavera di rosa vaporosa. Sulla spiaggia aperta i cannici trapiantati  sulla duna hanno rubato ai refoli di vento le folate di sabbia sulle quali è tornato a crescere il giglio di mare, la calcatreppola e il papavero cornuto. Il paesaggio primaverile, tinto di rosa vaporosa, è completamente diverso da quello estivo che, sebbene brullo e riarso, conserva le caratteristiche tonalità del giallo diffuso (calcatreppola e bacicci) con puntinature di rosso papavero. I colori che abbiamo visto alla mostra dei pittori del Brigantino (Spadaro, Frieling, D’Angelo) organizzata alla Pro Loco nell’estate del 2015.

L'ode barbara ai confini del Brigantino

L’ode barbara ai confini del Brigantino

 Oltre, finito il sentiero di sabbia tra siepi di bosso e  bacicci, si vede e si sente l’ode barbara dei nuovi arrivati che si cinturano contro le risacche dell’inverno innalzando terrapieni di massi ciclopici, cancellando gli ultimi segni di primavere di alberi e flora spontanea che cresceva accanto alla senia divelta dei suoi massi per innalzare un muro a vietare l’ingresso su quella battigia millenaria che portava alla Petralonga e al Brigantino, lo scoglio sperso nell’azzurro del mare.

   Malamura se n’era andato prima che il mare gli prendesse la sua creatura, il social club Brigantino come glielo aveva battezzato Nerino,  abbandonato anche dai pittori perché c’era poco ormai da dipingere in quel posto antropizzato dagli uomini che potesse ispirarli. La rabbia di Malamura era quella di non avere più voce per gridare contro i Cuantiabbusi «Il suo dio mi ha punito togliendomi la voce!» soleva dire a Nerino. «Per questo bisognerebbe averne uno, potresti pregarlo perché te la restituisca!» Rispondeva Nerino per consolarlo. Il suo alunno Costa dai tempi del liceo sognava di dedicargli una lapide che lo ricordasse come lo scrittore di “Sicilia, un giorno” e “ I picciotti di Gibilrossa”. Una lapide scolpita su di un cippo collocato tra la senia e il brigantino, di cui voleva riqualificare i luoghi a ricordo del maestro con le sue dune di sabbia trattenute dai bacicci e dai cannici. Un viale sterrato che cancellasse l’asfalto di catrame dei Cuantiabbusi, alberato di salse tamerici dal portamento leggero e con la fioritura delle fronde spruzzata di rosa vaporosa. Lo seppellirono all’Archittu, il prato in collina che guarda il mare del golfo con la vista del brigantino. Una lapide, all’ingresso, ricorda il giorno in cui lui guidò un comitato di pescatori che aveva deciso di dare sepoltura abusiva al cadavere del  congiunto  nelle terre dei Ruffo della Floresta e si fece il carcere per essere stato il capopolo. Le donne a guardia del cadavere che codarde non erano sfidarono i carabinieri «Noi di qua non ci alzeremo fino a quando la morta non sarà diventata cadavere!» L’impresa eroica con l’epico gesto delle donne segnò il definitivo distacco da Ciappe di Tono. ( La senia del Brigantino, pg 292)

“Du’ liuna e du’ falcuna/ E du culonni chi d’oro su” Scìbilia Nòbili storia di un riscatto

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Abbiamo titolato questa storia, entrata nella leggenda siciliana, come storia di un riscatto, sebbene sia anche quella di un rapimento ad opera dei pirati barbareschi. Ne esistono diverse versioni, in versi e musica, circolanti nell’area mediterranea. Oltre che a Marsala era diffusissima nella provincia di Palermo ad opera di cantastorie ciechi di mestiere. Fu ripresa anche da Salvatore Salomone Marino. La  “Torre Scibiliana”, nel palermitano, forse è legata a questa storia ma di sicuro al ricordo dei rapimenti dei pirati barbareschi e ai rapporti tra mori e cristiani nell’area mediterranea.

 Rimandiamo per gli approfondimenti filologici a uno studio su “Mori e cristiani in Sicilia” e alla versione cantata da Otello Profazio.

La nostra versione del ritornello è leggermente diversa dalla trascrizione più corrente. La storia viene narrata attraverso canto e controcanto tra Scìbilia Nòbili e i parenti, madre padre fratelli e sorelle, a cui la congiunta rapita chiede di essere riscattata “Mi vulissivu riscattar?” Nel controcanto i parenti chiedono “ Quantè lu riscattitu tò” e Scìbilia Nobìli risponde:

Du’   liuna e du’  falcuna

E du’  culonni  chi  d’oro su

Reali di Spagna da otto

Reali di Spagna da otto colonnati

Siamo in Barberia e due leoni come prezzo del riscatto ci stanno e anche due falconi usati per la caccia, ma i “du’ culonni chi d’oro su?” Non sono altro che i Reali di Spagna colonnati che i barbareschi pretendevano per i riscatti e preferiti alle onze siciliane che erano rifiutate.

Il disegno dei columnarios presenta al rovescio i due mondi – il nuovo ed il vecchio mondo – con la corona reale sopra. Sotto sono rappresentate le onde del mare che separano i due mondi e sui due lati ci sono le due colonne (da cui il nome di columnarios) che rappresentano le colonne d’Ercole ornate a loro volta da corone e con uno stendardo che reca la scritta “PLUS ULTRA”, (“ancora oltre”). Sul bordo la scritta VTRAQUE VNUM, (“entrambi sono uno”) per intendere il vecchio ed il nuovo mondo ed i segni di zecca su entrambi i lati della data. (M. Mafrici)

La storia dei riscatti fa parte della narrazione della “Senia del Brigantino”. Qui offriamo alcune curiosità su monetazione e unità di misura siciliane ricorrenti nel romanzo storico.

Quando “lu malu cani” di Dragut saccheggiò Marsala si portò nel suo harem di Tunisi le più belle ragazze della città tra cui Scibìlia Nobìli. Il marito non la dimenticò e recatosi in Barberia la liberò dall’harem di Dragut riportandola a Marsala.

Caru patri, carissumu patri

Mi vulissivu riscattar?

 

Cara figghia, carissima figghia

Dimmi quant’è lu riscattitu tò

 

Du’   liuna e du’  falcuna

E du’  culonni  chi  d’oro su

 

Cara figlia, carissima figliuola

Chi tant’oru un  ni nu lassu, no

Chi tant’oru un ni nu lassu, no

 

Du’  liuna e du’falcuna

E du culonni chi d’oro su 

Da piano Contino a contrada Acqualavina

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Tonnara San Giorgio Scala 1:25.000 (Prina Ricotti-Cumbo Borgia)

Tonnara San Giorgio Scala 1:25.000 (Prina Ricotti-Cumbo Borgia)

La cartina, tonnara di San Giorgio scala 1:25.000, proveniente dall’Archivio Prina Ricotti Borgia, sulla scorta della quale nel salone del malfaraggio di San Giorgio, a piano terra, fu disegnata sulla parete la pianta della tonnara con i suoi confini est-ovest entro i quali durante la stagione di pesca del tonno era vietata la pesca.

Dal tracciato si ha la conferma che il sito del calato era al largo della punta Fetenia e a settecento canne dal vallone del Salich.

Sulla carta c’è anche contrada Contino, un riferimento importante di cui però non sempre si conosce l’ubicazione. Assieme a Ciappe di Tono, la contrada era oggetto delle dispute tra le famiglie Pisano e Forzano fino a quando i terrazzani della Giusa non decisero di scendere al Tono e la Giusa da guardia allegra e gioiosa diventò Gioiosa Marea.

In effetti i Giurati della Giusa nel maggio del 1628 avevano individuato“la gran necessità di farsi una torre” nella contrada marina nominata l’ Aqualavina, nella parte chiamata l’aera di Xhinà, per la securtà dei vaxelli e delli genti esposti agli atti di pirateria delle galeotte di Biserta et altri inimici che ogni volta che ce hanno venute in quella hanno fatto danni cattivando genti abrugiando massarie et mettendo in rovina tutti quelli campi”. Vittima di queste incursioni barbaresche fu Domenico Cortulillo la cui vicenda è centrale nella narrazione della “Senia del Brigantino”.

Questo documento assieme al precedente del 1502 sul “locu appellatu lu portu di San Giorgi” dovrebbe spegnere l’enfasi con la quale spesso viene accompagnato l’abbandono di Giusa guardia. I terrazzani decisero di antropizzare uno dei luoghi già scelti per le loro attività economiche. Lu portu di San Giorgi e la contrada Aqualavina erano considerati marine della Giusa, già antropizzate con attività e genti stanziali, oggetto della difesa della Università che congregò il Consiglio per autorizzare la spesa di 200 onze “ad effetto d’aggiustare a fare detta torre nell’area nominata Xhinà”. 

Torretta c.da Aqualavina 1628

Torretta c.da Acqualavina 1628

Doc. 5. ASPa. Deputazione del Regno, vol. 385, f. 209.

– 22 maggio 1628.

L’università della terra della Gioiosa guardia expone a VE la gran necessità che tiene di farsi una torre nel suo territorio nella contrada chiamata l’Aqualavina et nella parte chiamata l’aera di Xhinà seu Voglio per la custodia della marina di quella per securtà dei vaxelli di SM et comune beneficio et come per essere la marina di detta contrata nominata l’acqualavina loco atto a posto d’inimici come per experientia s’ha visto che ogni volta ce hanno venuto li galeotte di Biserta et altri inimici hanno in quella fatto eccessivi danni cattivando genti abrugiando massarie et mettendo in rovina tutti quelli campi et quello che importa non si può dare soccorso né prohibire il posto et comodità con tanta sicurtà che detti inimici in quello loco posto a marina hanno et per questa causa detta università congregò consiglio et ha dato onze 200 ad effetto d’aggiustare a fare detta torre nell’aera nominata di Xhinà.

Doc. 8. ASPa. R. Segreteria, Incartamenti, vol. 5250.

– 8 maggio 1795.

Antonino e Matteo Giardina capomastri della costruzione della nuova terra di Gioiosa marea all’ Acqualavina.

“Non aspettar San Giorgio, che lui/ci venga a liberar…”(Dario Fo)

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Pittura a olio di Laura Costantini, 2015

Pittura a olio di Laura Costantino, 2015

Giorgio, il santo a cavallo che serfa la cresta dell’onda, domata nel tripudio dei suoi devoti spettatori passivi a riva!

Giorgio e il dragone: una storia locale diventata globale a significare l’eterna lotta tra il bene e il male che ogni anno richiama l’estro dei partecipanti a un concorso di pittura! Anche l’arte che è concetto globale si ispira alla cultura locale, al modo di sentire la fede come sentimento locale. Anche il pennello si fa local!

La tela del San Giorgio che cavalca le onde del mare è dell’artista Laura Costantino, la pittrice librizzese premiata al concorso di pittura a tema “San Giorgio martire: Territorio e produttività” svoltosi nel salone parrocchiale “Santo Spirito” che, ogni anno, per la festa patronale di San Giorgio martire, Don Pio Sirna con i suoi collaboratori indice a tema variabile.

A noi piace vedere il santo serfare col suo cavallo sull’onda estrema che schiaffeggia la spiaggia affettata dai marosi e sembra smorzarla com’è nei voti dei supplicanti che, spettatori (fuori campo) a riva, invocano “Santo Sangiorgio, fermala tu!” L’onda domata, come il drago al guinzaglio della fanciulla nella leggenda, è tornata leggera e inoffensiva come la cervice di un cavalluccio marino!

L’interpretazione del tema, concettualmente, richiama il motivo della leggenda medievale, il drago da domare e rendere inoffensivo, sostituito nella tela di originale sensibilità ecologica, con il pericolo attuale rappresentato dall’erosione della costa. Un voto, un augurio a condizione che l’uomo sappia recitare il suo rapporto con la Natura in modo corretto.

Come nella iconografia medievale dove la fanciulla, in disparte, – nella iconografia a volte è il pubblico assiepato alla porta della città – attende l’esito della disfida tra dragone e cavaliere, qui la presenza umana è fuori campo e l’ostaggio da salvare è il borgo marinaro! Parzialmente salvato dal  primo ripascimento al Brigantino, miracolo finanziato dai soldi della UE.

Spiaggia del mare di San Giorgio fine anni '80 (inghiottita dal Drago)

Spiaggia del mare di San Giorgio fine anni ’80 (inghiottita dal Drago)

Non aspettar San Giorgio, che lui/ci venga a liberar..” sono i versi di una nota canzone di Dario Fo. La visione biblica non omologa la Natura a forza divina che opera come nel mondo antico contro l’uomo. Essa separa la Natura da Dio e distingue l’uomo dalla Natura: è il disincanto della Natura. E’ un mutamento di prospettiva che pone l’uomo davanti alla Natura in un atteggiamento di piena libertà ma anche di piena responsabilità! Le cui scelte discutibili non possono essere miracolate dal Cielo!

Giorgio e il dragone: una storia locale diventata globale

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LEGENDA: - linea tratteggiata nera: la diffusione del culto del Santo - linea continua rossa: percorso del dipinto "S.Giorgio e il Drago", Raffaello, 1506.

LEGENDA:
– linea tratteggiata nera: la diffusione del culto del Santo
– linea continua rossa: percorso del dipinto “S.Giorgio e il Drago”, Raffaello, 1506.

Era un cavaliere venuto dal mare con le navi dei genovesi spinte da remi crociati dopo l’addio alle mura di Gerusalemme. Giorgio il cavaliere s’era mostrato ai crociati genovesi all’assedio d’Antiochia accorsi a dare aiuto ai soldati inglesi ridotti a mal partito. Ebbe uno stendardo con la croce rossa in campo bianco e dalla tomba di Lydda entrò al palazzo del mare in Genova repubblica a guardia dei mari. Gli inglesi lo fregiarono cavaliere dell’ordine della Giarrettiera e per tutti fu il santo cavaliere che a cavallo intercetta il dragone onnivoro di prede sacrificali. Fu il vescovo di Genova Jacopo da Varazze a scrivere la sua Legenda Aurea e da allora mito e leggenda convissero mirabilmente. Giorgio di Cappadocia sotto le armi al servizio dell’imperatore romano d’Oriente, obiettò l’ordine di bruciare incenso davanti alla statua di Diocleziano e divenne martire per testimoniare la sua obiezione di coscienza che non ammetteva altro Dio al di fuori del suo.
Fu sepolto e venerato a Lydda (330), lontano dalla sua Cappadocia, il suo culto fiorì sulle sponde del Nilo confuso a scene che rappresentavano l’imperatore Costantino, il liberalizzatore del culto dei cristiani, che calpesta il dragone nemico del genero umano soccombente ai suoi piedi nell’atto di mordere la polvere, e tal’altra al dio Horus nella sua divisa romana che trafigge il coccodrillo, simbolo del dio Set, altro spirito del male, che soccombe tra le zampe del suo cavallo. Importato in Occidente il mito e la leggenda di Giorgio il cavaliere è diventato l’archetipo occidentale della lotta tra il bene e il male, della sfida tra paganesimo e cristianesimo. Il mito di Giorgio martire cavaliere che uccide il dragone divenne il culto di tutto l’Occidente, venerato 
sub occiduo cardine, tutt’uno con la bandiera rossocrociata in campo bianco di inglesi e genovesi. Riccardo, cuor di leone, che andava alla guerra disse di aver visto il santo dargli forza e guidarlo con le sue truppe cristiane alla vittoria. Edoardo III non dimenticò mai di urlare prima di andare in battaglia St George for England e con i coraggiosi e i più forti fondò l’Ordine di san Giorgio, detto della Giarrettiera: il costume di cingere attorno alla gamba una giarrettiera di seta azzurra con la fibbia d’oro e sopra, ricamate, le rose dei Tudor.

I genovesi sulle rotte per Costantinopoli aprirono fondaci per il deposito delle loro mercanzie e al porto di Palermo portarono il culto del santo traghettatore del mare tra le due terre dedicandogli la chiesa fortezza di san Giorgio dei genovesi.
Galee genovesi e pisane, sebbene avessero patenti di corsa per combattere il naviglio degli infedeli, combatterono la guerra di corsa facendo prigionieri musulmani e anche cristiani; tra una scorreria e un nascondiglio alla cappa conobbero lo 
scaru di s. Giorgi, nella spiaggia della città di Patti. Prima che cristiani e musulmani si scontrassero in armi nel mare tra le due terre, una tavola di legno, su cui Raffaello aveva dipinto San Giorgio e il drago, non più grande di un foglio A4, risaliva il Tamigi assieme al corteo di nobili accompagnati dai loro carriaggi carichi di donativi destinati al re d’Inghilterra Edoardo VII che aveva insignito dell’Ordine della Giarrettiera Guidobaldo signore di Urbino. Era uno dei capolavori del rinascimento che sbarcava sulle scogliere di Dover e risaliva a Londra lungo il Tamigi, quando ancora il nome del divino Raffaello non era approdato come vanto alla corte d’Inghilterra. Ma conosceva bene il valore del giovane artista il mecenate di Urbino e il capolavoro uscito dalle sue mani avrebbe conosciuto le bramosie di re e collezionisti della vecchia Europa nelle cui corti vegliò i sonni di augusti sovrani fino all’ultimo viaggio alla National Gallery di Washintgon acquistato dai collezionisti americani quando i russi a metà degli anni trenta svendevano a suon di dollari il patrimonio artistico dell’Hermitage creato dalla grande Caterina di Pietroburgo.

Il santo incarna l’ideale della cavalleria medievale e ne indossa l’armatura, abbandonando il rosso del mantello che ne ricordava il martirio. Sul suo cavallo impennato carica la lancia contro il drago liberando la principessa che attende soccorso in preghiera, sullo sfondo di un paesaggio immerso nel verde. Al centro della composizione campeggia il cavaliere che ostenta il nastro della giarrettiera sulla gamba sinistra, ben visibile sotto il ginocchio sinistro del santo. Un capolavoro uscito dalle mani del Raffaello a pochi mesi dalla commessa avuta dal signore di Urbino. E il suo capolavoro stava tutto in quel dinamismo triangolare della composizione ai cui vertici si trovano il volto del santo guerriero, la testa malvagia del drago e la fanciulla serena che prega in ginocchio…. Colto nel gesto di affondare la lancia nel petto del drago è il nobile e romantico san Giorgio che, nel lucore dell’armatura d’acciaio, con il mantello grigio-azzurro che gli si solleva gonfiandosi dalle spalle come fumo, si erge potente sullo sperone. (Joanna Pitman)
Davanti a lui il cavallo dagli occhi traboccanti di passione, da sembrare quasi umani che nel bel mezzo dell’azione e del pericolo mostra come un accenno di sorriso..un sorriso d’intesa, particolare che ammaliava duchi re imperatrici e uomini potenti che vollero per sé quel quadro, capolavoro del genio arguto ammiccante concettuale e sicuro di sé del Raffaello. Il motivo della giarrettiera poi non era altro che una brillante mossa di sottile adulazione, destinata al principe committente e al re d’Inghilterra dal giovane artista.
La bramosia d’avere per la propria marca di tonno uno dei dipinti del Raffaello contagiò anche i Cumbo Borgia padroni dell’antica tonnara sive mare Santi Georgi dove dal tempo dei Martini si pescavano i tonni sotto la protezione del glorioso san Giorgio intercessore di mattanze. Il conte Antonino Cumbo conte Borgia, autore del piano regolatore di Milazzo, dedicò la sua marca al 
San Giorgio Tonnettoe il dragone dipinto dal Raffaello, conservato al Louvre di Parigi. Fece i suoi studi e provini questa volta alla Galleria degli Uffizi al Gabinetto dei disegni e delle stampe dove si conservano i due disegni di studio del san Giorgio e il drago. Scartò lo studio del san Giorgio e il drago con la caratteristica giarrettiera sotto il ginocchio della gamba sinistra del cavaliere, escludendo l’intento adulatorio del suo prodotto. Il conte osservò le tracce di puntinatura sul foglio, ed ebbe la conferma che il medesimo venne utilizzato come cartone per il quadro. E a ricordo delle straordinarie mattanze fatte nella sua tonnara gli eredi dedicarono al santo un’icona a piastrelle ispirata al motivo del quadro del Raffaello San Giorgio e il dragone che ancora oggi sul frontone del barcarizzo guarda il mare dove continuano a passare i tonni.

BIBLIOGRAFIA:
Fernando e Gioia Lanzi, 
Come riconoscere i Santi, Jaca Boock 2002; Dante Balboni, San Giorgio martire, Roma 1966; K. Michalowski, L’arte nell’antico Egitto, Garzanti, 1990 ;Joanna Pitman, Sulle tracce del drago, Longanesi, 2008.

G. Alibrandi, Il mio San Giorgio, Il mio Libro, L’espresso, 2011

“In un loco appellatu lu portu di S. Giorgi” … Il paesaggio in un documento del 1502

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TripponeDoc. 4. ASPa. R. Cancelleria, vol. 209, a. 1502, f. 272 (v. n.).

Licentia hedificandi turrim pro nob.lis

Antonio Barberi

Ferdinandus ett.s, vicerex et nobili Antonio Barberi secreto terre Giuse Guardie f.r.d.s. Perchè secundo noviter da vostra parti è statu expostu appressu la marina di questa terra et territorio di quella haviti fatto una vigna cu uno fundaco in uno loco appellato lu portu di S. Giorgi undi solino veniri fusti di mori et altri fusti di cursali et inimici ni è stato pro ea da vostra parti supplicato ni placissi dari licentia di putiri vui per securitati et defensioni di ditto fundaco et vigna seu dili persuni che stanno et concurrino in detto fundaco et vigna edificari et fare libere et sine alicuius pena incursu in dictu locu una turri cu merguli in la quali si pozano mettiri in tuto adveniente causa di periculo li parti preditti ala quali supplicacioni per lu respettu et justa consideracioni predette simo contenti et cussì in vim presencium vi damu licencia et facultate di potiri vui libere et impune hedificari costruiri et fari in dictu loco undi haviti factu dictum fundaco et vigna una turri cu merguli di ampliza et altiza a vui megliu vista ca nui pro hac eandem comandamento a tutti et singuli officiali dilo regno et signanter de ditta terra presente et futuri chi la presenti nostra licencia et provisioni vi digiano omni futuro tempore ad unguem exequiri et juxta serie obsevare per quanto la regia gratia hanno cara, dati in urbe felicis Panhormi die 13 agosto V Ind.s 1502.  Benestat Nicolaus de Sabia. Juan de la Nuça.

Quindi nel 1502 c’era un porto – “uno scaro” nel “Dizionario topografico” di Vito Amico (dal lat. Statio s. Georgi. Sic. Scaru di di s. Giorgi)- dedicato a Santo San Giorgio. Un San Giorgio prima di San Giorgio! Potremmo affermare, con una felice espressione, che prima della località, in un documento ufficiale del Regno di Sicilia, viene indicato il toponimo. Il documento si conserva all’Archivio di Stato di Palermo. Nello spazio di due miglia, venendo da Patti, c’era un miglio di spiaggia di rocche scoperte che durava fino a una punta detta di San Georgio, legittimamente considerata all’epoca come “la marina di questa terra”, territorio e sbocco della Giusa. La Giusa a mare!

Il paesaggio di allora aveva le sue strade di terra e le sue vie di acqua frequentate soprattutto in prossimità de li mali passi come il Calavà. Nel secondo medioevo fu la strada, la via che veicolò le idee. Lu portu di San Giorgi era una tappa di queste vie d’acqua attraversate da naviganti confusi a pellegrini e mercanti, compagni di viaggio, diretti a fiere e luoghi di culto che si distinguevano per una conchiglia (il pecten di San Giacomo) o l’immagine di un Sangiorgio, diretti al porto di Messina per imbarcarsi per Gerusalemme o proseguire per San Jacopo di Compostella.

Un porto, uno scaro, dove gente di mare, avventizia e non stabilmente residenziale, aveva intitolato e dedicato il “locu” alla devozione del santo San Giorgio, prima ancora che vi sorgesse un luogo di culto e il villaggio di pescatori. Già da allora, San Giorgio, come il documento che lo descrive, è un luogo mitico e simbolico dell’eterna lotta che si combatte tra Bene e Male, fra cavalieri e demoni raffigurati secondo la leggenda medievale nel dio Set o nel dragone. Lotta che si combatteva con la jiàd di mare che interessò le nostre coste con il rapimento dei cristiani da parte dei barbareschi.

Sopra questa punta, vero “genius loci” appellato lu portu di San Giorgio, Antonio Barberi, giurato della Giusa, aveva fatto una vigna cu uno fondaco undi solino veniri fusti di mori et altri fusti di cursali et inimici e quindi supplicava il Vicerè di dargli licentia di edificari et fare libere et sine alicuius pena incursu in dictu locu una turri cu merguli. La ragione: difendersi dalle incursioni barbaresche facendo i fani, fuoco di notte e fumo di giorno per segnalare l’arrivo dei barbareschi!

Gente della Giusa come i Barberi o i Cortulillo, nel tempo, rivestirono la carica di giurati della civitas o di ecclesiastici nel capitolo cattedrale di Patti fino a divenire arcipreti della Giusa. I Ferlazzo occuparono la carica più prestigiosa di vice portulano della marina di Patti con don Lorenzo, a cui i pattesi rimproveravano di tenere casa e officio alla Giusa. Tutte queste famiglie, protagoniste nelle lotte per il controllo delle marine ricadenti sotto la città di Patti, appartenevano al partito del vescovo Napoli, barone della Giusa, assieme al quale rivendicavano la giurisdizione di dette marine alla Giusa. La piaga dei barbareschi ferì la comunità giusana con l’onta del rapimento del Domenico Cortulillo ridotto in potere dei turchi. Congiunti e parenti trattarono il suo riscatto con la Redenzione di Palermo rivolgendosi per l’anticipo di contante ai mercanti genovesi e ai loro corrispondenti a Genova e Tunisi. Mercanti genovesi e ricchi finanzieri avevano aperto un fondaco a porta Palermo e una chiesa-fortezza dedicata a San Giorgio detta appunto dei genovesi.

Terre acque memoriaLa topografia dei luoghi descritta nel documento non è quella che conosciamo noi oggi. L’attuale linea di costa è successiva all’interramento del golfo di Patti e al completamento della tratta ferroviaria Patti S. Piero Patti-Capo d’Orlando (1892-93). La linea di costa descritta e acquarellata dagli ingegneri militari Tiburzio Spannocchi (1543-1606) e Camillo Camilliani (1543? -1603) era alle spalle dell’attuale asse ferroviario, corrispondente a quella tratteggiata da Carlo Francesco D’Amico nella cartina della famosa lite che lo opponeva alla Mensa vescovile di Patti per i diritti sulla tonnara di Roccabianca. Cartina della tonnara di San Giorgio pubblicata in copertina su “Terre Acque Memoria” e allegata in stampa; copia della quale, incorniciata, è conservata alla Pro Loco di San Giorgio; ultimamente riprodotta su mattonella nella bacheca di Piazza Tonnara.

Ingegneri militari come Spannochi e Camillo Camilliani, viaggiatori letterati e storiografi, come messer Giulio Filoteo Omodei e Vito Amico, nelle loro cronache, a metà ‘500, forniscono descrizioni della topografia dei luoghi. Altrettanto faranno i cartografi Magini (1620, Torre san Giorgio) nel suo Atlante e J. Senex (1721, toponimo e località), le cui tavole sono riportate nella Cartografia generale del Mezzogiorno e della Sicilia.

La torre di San Giorgio, dalla toponomastica dei luoghi, è passata alla cartografia e alla letteratura di viaggio e a quella più propriamente letteraria (Salamone Marino, Pitrè…) caratterizzando il paesaggio della costa.

 Sopra questa punta, mezo miglio infra terra, ci è una torre detta San Georgio; et appresso di questa siegue un altro pezzo di spiaggia di rocche scoperte, che dura insino a un vallone detto il Mágaro. (Descrizione della Sicilia. Opera di Camillo Camilliani ppg. 369-370 in Biblioteca storica e letteraria di Sicilia. Raccolta di opere inedite e rare (sc xv-xix) a cura di Gioacchino Di Marzo. Vol xxv Palermo 1877.)

Cartina, T. Spannocchi

Cartina, T. Spannocchi

«E seguendo per la marina de Patte si ritrova la bocca del fiume, che il verno scende dalla montagna di Giusa ed indi per spazio di due piccole miglia s’arriva alla torre cognominata di S. Giorgio, dove molto lungi in quei monti si scorge un grosso sasso detto dà paesani la Rocca di San Giorgio.»  (Descrizione della Sicilia nel sc XVI per messer Giulio Filoteo Omodei pg 107, in Biblioteca storica e letteraria di Sicilia. Raccolta di opere inedite e rare (sc xv-xix) a cura di Gioacchino Di Marzo. Vol xxiv Palermo 1877;” Manoscritto e rari” Qq G 71 Biblioteca comunale di Palermo.)

Le ricerche condotte dal prof Marcello Modica negli archivi parrocchiali e diocesani confermano la devozione riservata all’icone raffigurante San Giorgio allo scaro in detta marina. Come pure un insediamento di sei famiglie (Lisciandro, Accordino…) in zona Canneto, una ventina di anime ricadenti sempre sotto la giurisdizione di santa Maria de monte Carmelo nel distretto di Galbato che a differenza della marina era chiesa sacramentale dove si teneva il sacramento e si celebravano i riti religiosi secondo il calendario romano. Il periodo precede la scesa alla marina dei vecchi giusani che fondarono Gioiosa Marea.

Inizio anni '80: il borgo dei pescatori sorto accanto al baglio della tonnara

Inizio anni ’80: il borgo dei pescatori sorto accanto al baglio della tonnara

Il borgo di mare con la sua chiesa sacramentale, divenuta parrocchiale nel dopoguerra, sorse all’indomani dell’arrivo della ferrovia attorno al baglio della tonnara. Fine ottocento e primi del novecento come attestano i contratti di vendita dei terreni della baronia a firma dei baroni Cumbo conti Borgia. L’indagine onomastica sulle famiglie immigrate, fino alla quarta generazione, conferma antroponimi originari di Oliveri (Salmeri, Piraino, Squadrito…) Fiume di Nisi (Alibrandi “don Stefano “ciuminisi”; Salerno per le donne..) e persino dalla giudecca di Castroreale. Nomi che non hanno niente a che spartire con le famiglie della Giusa, interessate all’abbandono del Meliuso, per il trasferimento alla marina, dopo il terremoto del 1783 e della piaga delle locuste dell’anno successivo. La stessa religiosità popolare, a differenza della Giusa dove si veneravano le madonne “lactans” del Gagini, ivi compresa quella della Catena allusiva al potere dei mori, o le tele del rinascimento palermitano riprodotte nella bottega del Sozzi, si ispirava all’icona del San Giorgio a cavallo che si materializzerà nella statua di Giorgio che uccide il dragone donata dal primo parroco della nuova parrocchiale canonico Risica.

Bibliografia

Regio storiografo Vito Maria Amico (1697-1762) Lexicon Topographicum siculum (1757-1760)

Tiburcio Spanoqui, Descripciòn de las marinas de todo el Reino de Sicilia (1578),  Biblioteca Nazionale di Madrid.

G. Alibrandi, I segni del lavoro umano: la tonnara di San Giorgio, in Terre Acque e Memoria”, Provincia regionale di Messina, Sfameni Edizioni, 1988; Archeologia della tonnare messinesi, Provincia regionale di Messina, 2001

Cartografia generale del Mezzogiorno e della Sicilia, Edizioni scientifiche italiane, Napoli, 1972

Marcello Mollica, Le due Gioiose e San Giorgio. Storie di Vita Religiosa, Armando Siciliano Editore, Messina, 2004

La cernia nera di capo Calavà

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Cosa ci fa una cernia nera nel mare blu di Capo Calavà e per giunta sbattuta dalle coste africane in migrazione verso quelle siciliane? Infatti il suo areale è quello delle coste africane tropicali. Nel mediterraneo è una specie rara, frequenta le acque siciliane e che se ne sappia è stata pescata a Capo Calavà! I suoi fondi rocciosi o misti, dai cento ai duecento metri, sono il suo habitat ideale.

Da internet, esemplare di cernia nera

Da internet, esemplare di cernia nera

Dicono che ha “gli occhi truccati” per via di due linee scure dietro l’occhio come fossero tirate col sughero bruciato preparate per andare a una danza indiana! In effetti, dicono, scompaiono con l’età adulta (si fa per dire in mare!) Appartiene alla famiglia dei “serranidi” di colore simile alla cernia bruna, quella dal colore che ci è più familiare. In effetti la cernia nera dagli occhi truccati ha un colore di fondo grigio-violaceo scuro sul dorso, piu’ chiaro sui fianchi e sul ventre. Le sue pinne sono bordate di bianco, colore ben osservabile in acqua sotto i riflettori delle luci ma, come potete vedere, anche nella foto d’epoca in bianco e nero. Occhio quindi alla pinna caudale!

Arte materica di Filippo Olivo

Arte materica di Filippo Olivo

Quest’estate sono stato all’Agriturismo di Santa Margherita, da dove qualche tempo fa è passata Linea Verde con Vissani, e il suo patron vorrebbe avere un’altra occasione come quella per mostrare al mondo intero la cernia nera nelle acque pulite del Calavà! Avevo promesso all’artista gioiosano Filippo Olivo di esserci per l’inaugurazione della sua mostra “Classe di ferro” imperniata sul materiale ferrile a cui l’artista ama restituire forme sorprendenti che rappresentano il mare e la sua terra contadina. L’anima giusana di Guardia a cui ancora guarda l’agriturismo sulla direttrice del Miliuso!

Tra una scultura e l’altra tirata a lucido parliamo della “imprendibile”cernia nera di Capo Calavà! E a me mentre torno alla marina nasce il dubbio che non sia una chimera! Comincio a sondare l’ambiente dei pescatori dove di solito raccolgo le mie informazioni. Al pomeriggio si trovano al bar di piazza Tonnara a far baracca, a giocare a briscola e calcolo il momento giusto tra una pausa e l’altra di “patruni e sutta” per inserimi. Cirio non ama giocare a carte e appena mi rivolgo a lui per sapere della cernia nera diventa un fiume in piena. «A Capo Calavà» Spacca e và!«Don Peppe il triestino sapeva le poste e l’ultima volta che andò a pesca fece una strage di cernie nere!» Don Peppe il triestino lo conoscevo anch’io, fratello di Rocco che faceva squadra con mio padre sulla Maria Tindara, una barca di consalori. Ma di questa pratica di pesca o mestiere non ho ricordi. Don Peppe il triestino in effetti aveva sposato una triestina e per estensione anche lui era inteso il triestino!

Cirio conosce anche il segreto dell’esca usata da don Peppe il triestino per prendere all’amo del suo tramaglio la cernia nera.«Innescava col budello di gallina!» Ecco il marchingegno col quale il triestino aveva fottuto la cernia nera dai gusti sopraffini!«E quindi don Peppe faceva strage di galline!» Un pollaio gli serviva per innescare gli ami del tramaglio. Il budello di gallina funzionava come fosse la carne di cefalopodo, molluschi che hanno un corpo a forma di sacco: seppie, calamari, polpi e totani.«Esatto, esatto! Ma con lo stratagemma: il pezzo di palamita fresco mascherato col budello di gallina!» E la cernia nera, fagocitato il budello di gallina, era presa per la gola!

Don Francesco Squadrito col faratico Spinella posano davanti al palazzo del conte con le cernie nere pescate a capo Calavà

Don Francesco Squadrito col giovane faratico Spinella posano davanti al palazzo del conte con le cernie nere pescate a capo Calavà prima di salire da donna Nina

E tutto questo cosa ha a che fare con don Francesco Squadrito il pescatore della vecchia foto che posa con le cernie appese in bella mostra alla pertica? Provengono da una battuta di pesca a Capo Calavà dove soleva accompagnare a pesca di pettini Diego Ricotti e Maria Rosaria Cumbo.