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Revelo delli personi della città di Patti, 1596

Revelo delli personi della città di Patti, 1596

CaffèGalante, salotto letterario della Patti parolibera quando vi officiava l’allegra brigata di Quasimodo, raccontato da Alibrandi nel libro “Il volo dell’airone e il canto del tenore”, dove torna come a casa dopo avervi presentato “Il libertario dei Nebrodi”. Un ritorno che coincide con il romanzo storico, “La Senia del Brigantino”.
Testimonial speciali per l’anteprima della “Senia del Brigantino” : lo storico, Giuseppe Restifo, e il critico letterario, Sergio Spadaro, ai quali Alibrandi è legato da vecchi trascorsi di amicizia e di lavoro. Senza contare gli amici comuni! E infatti il dott. Sergio, nell’inviare la sua raccolta di saggi “Lontananze e risacche”, nella dedica, scrive «A G. Alibrandi, questo libro che contiene un “ricordo” di Michele». Una conoscenza diventata “amicizia” che parte dalla pittura nello studio del fratello. Questo Aprile è tornato a Patti per censire, assieme ai nipoti Glauco e Sergio, la vasta produzione di Michele, oltre cinquecento opere, e scegliere quelle destinate alla personale postuma alla cripta Sant’Ippolito sul tema “La luce della Sicilia nella pittura di Michele Spadaro”. Circostanza e coincidenza richiamate nella plaquette del vernissage, che cita Alibrandi come testimone della pittura del fratello e il “dante causa” dell’evento, per l’occasione, annunciato al CaffèGalante. «Questa personale postuma di Michele Spadaro nasce perché Giuseppe Alibrandi, nella narrazione La Senia del Brigantino dedica un capitolo agli incontri che egli organizzava con altri pittori per dipingere en plein air, preferibilmente nella località San Giorgio di Gioiosa Marea chiamata “Brigantino”.
“È sempre l’Ora di vederci” scrive un ammiccante Alibrandi al professore di storia moderna all’Università di Messina (Scienze cognitive della formazione e degli studi culturali) lui che nell’estate di quel lontano 1973, al sabato, scriveva di tonni e tonnare sul giornale L’Ora, mentre il giovane ricercatore pubblicava uno dei primi saggi di storia economica “Sottosviluppo e lotte popolari in Sicilia: 1943-1974”. Facevano parte dell’arrembante famiglia di Antonio Padalino ospitata nella redazione l’Ora di Messina accanto al terminal della ferrovia della Stazione centrale da dove con l’accelerato delle otto partiva il fuorisacco degli articoli per la redazione di Palermo.
Da non crederci, tornati assieme per parlare di storia e romanzo storico che uno storico non nasconde di averci pensato, almeno una volta, di scrivere! Una confidenza appena accennata, perché il prof. Restifo da storico abborda la sezione centrale del libro collocata al tempo degli scontri tra i cristiani di Carlo V, re di Spagna e di Sicilia, e i corsari musulmani guidati da Khair ad-Din, conosciuto in Europa come “il Barbarossa”, divenuto nel 1533 ammiraglio in capo (kapudanpaşa) della marina ottomana in guerra contro quella imperiale spagnola di Carlo V. Grazie a lui la Sublime Porta ebbe la supremazia navale nel Mediterraneo sorretta dall’alleanza con i barbareschi del Nordafrica, provincia della Porta Sublime del Solimano.
Una flotta senza motore e col vento nelle vele, quando c’era, che il Barbarossa armò dandole un motore umano, alimentato dai cristiani cattivati e messi al remo, secondo una vecchia usanza di mare, come fossero legna da ardere nella caldaia assicurata dalla guerra di corsa. Ecco la leva letteraria al centro del racconto di Alibrandi: nel cuore del canale delle Eolie si trova, infatti, la Senia del brigantino del veneziano Achab, dove corsari cristiani e musulmani si incrociano, lasciando tracce di sé e della jihad di mare. Un racconto la cui drammaticità tuttavia non si è ancora estinta. “La Senia del Brigantino” è un’opera a cui è sottesa una notevole documentazione storica, aspetto che conferisce valore aggiunto alla lettura e ne fa un importante strumento di arricchimento didattico.
La lettura del prof. Restifo incrocia i personaggi cattivati finiti nell’ingranaggio di quel motore umano riscattati per tempo, prima di essere messi al remo, ad opera della Confraternita della Redenzione di Palermo con sede alla Chiesa di Santa Maria la Nova.
Anche gli schiavi, potremmo dire, avevano la loro confraternita!
Sono i figli della Giusa, di Patti e delle Lipari (Domenico Cortulillo, Antonino Greco, Febronia e Diego Cappadona, Giuseppe Bartolido, Giovanni Saccone e Bartolomeo Comede detto il turchittu). Alcune di queste “lettres de Barbarie”, recits d’esclavage o memorie sono state pubblicate dalla prof.ssa Giovanna Fiume su Cahiers de la Mediterranée (n° 87- dicembre 2013) come quella del Greco Antonino di Patti che prometteva “il centuplicato guiderdone del Remuneratore supremo”.
Biografie divenute oggetto di convegni internazionali a cui i nostri hanno preso parte, le cui letture offrono quel milieu che invera il quadro storico generale in età moderna e rende pregevoli ministorie affiorate in recenti pubblicazioni come “La piaga delle locuste” che – ad opera di Restifo e della Gugliuzzo- racconta di “una cosa del passato” che affliggeva, non meno dei barbareschi, i feudi dei vescovi inquisitori spagnoli di Patti che di quelle rendite e prebende vivevano pretendendo dalla gleba che bonificassero aggratis  le buche nei terreni di Madoro entro cui le locuste interravano le larve. Finita l’epoca dei vescovi inquisitori spagnoli un vescovo siciliano da Troina, Vincenzo Napoli, offre le sue fortune di quattromila onze per riscattare i pattesi in potere di turchi e mori.
O come in “Quando gli americani scelsero la Libia come “nemico”, allorché ai primi dell’ottocento andarono a cacciarsi nel golfo della Sirte per liberare un galeone a stelle e strisce, si dimostra che già c’erano scambi culturali e commerciali e verosimilmente un collezionista americano e anche sindaco di Newport, B. Fearing, sia venuto in possesso di quel libro sul “Corso dei tonni” pubblicato in Messina nel 1816 ad opera del milazzese padrone di tonnara C. F. D’Amico.
Per finire con il sacerdote incisore messinese Bova che incise Messina a volo d’angelo quando la peste era al confine, l’epidemia di Messina del 1743 e, oltre alla carta della Sicilia, di passaggio dalla Giusa impresse sulla lastra di rame la città turrita prima che venisse abbandonata. Storia, come le altre, oggetto della narrazione.
Dinamiche storiche che attraversano la Senia e fanno da sponda alla narrazione “colta”, stavolta la citazione è di Sergio Spadaro a proposito della “preparazione” della battaglia di Lepanto avvenuta a Messina che vide l’accorrere dei vari alleati e Don Giovanni d’Austria che nell’attesa ingannava il tempo andando a caccia del pescespada sui luntri nello Stretto (Franz Zeise, L’Armada, Palermo,1989).
Sotto l’aspetto storico si può dire che nella narrazione di Alibrandi, a detta di Spadaro, è fondamentale la prospettiva complessiva della Jiàd di mare fra cristiani e musulmani la cui contrapposizione di culture spiega quanto accadeva nel mediterraneo. Con la differenza che allora il commercio degli schiavi faceva da asse economico fra le due componenti, mentre oggi lo stesso commercio avviene sulla pelle dei migranti che pagano per essere portati in Europa. Una contesa che, a quanto pare, non si è chiusa in modo definitivo!

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